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Il cantore dell'America

Il cantore dell'America
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di Sergio Caroli

Se è vero che la storia della letteratura americana inizia nel XIX secolo con Poe, Melville, Emerson, Thoreau, poi con Henry James, è pur vero che tutti questi scrittori debbono tantissimo all’Inghilterra: a influenzarli profondamente è la cultura europea. Jack London era di là da venire quando nel 1876 apparve il «Tom Sawyer»  di Mark Twain. Primo scrittore totalmente americano, Twain fu anche il primo a scrivere, da artista, dei neri; e lo fece con un linguaggio che, ignaro della fissità della pagina stampata, possiede la freschezza, la rapidità e la poesia della parlata popolare. L’audacia con cui Twain folgora le immagini, le metafore e i verbi, insieme al linguaggio colorito dei suoi personaggi, reca il suono della verità senza maschere, e innalza la lingua americana a vette di splendore senza pari. A questa prosa doveva pensare Hemingway quando scriveva che «tutta la letteratura americana moderna viene da un libro di Mark Twain che si chiama ''Huckleberry Finn''». In questo scrittore - del quale gli Stati Uniti e il mondo celebrano il centenario della morte il 21 aprile - si condensano i caratteri dell’America ottocentesca. Egli interpretò lo spirito della nuova frontiera e l’immensità dei mutamenti in atto allorché fu raggiunto il Pacifico, così da divenire il massimo «storico» del «flush times» del West: nessuno ha narrato come Twain la saga dei cercatori d’argento e d’oro, dei loro sogni come delle loro sconfitte.Samuel Langhorne Clemens, questo il suo vero nome, nato a Florida, nel Missouri, nel 1835, fu dapprima pilota di battelli sul Mississipi, poi cercatore d’oro, infine giornalista in viaggio per il mondo, sempre animato da spirito di avventura. Ebbe il gusto per le speculazioni e per la pubblicità, nutrì una fiducia illimitata nel progresso tecnico e tuttavia paventò gli effetti dei prodigi della meccanica, anche in ciò manifestando quel carattere contraddittorio che è l’essenza della sua personalità. Scrittore tra i più prolifici della letteratura americana, legato al mercato, eppure anticonformista e per molti aspetti anti-borghese, ostile al romanticismo ma creatore di idilli intrisi di spirito romantico, motteggiatore degli «intellettuali» ma assertore della cultura che intese come arma per l’emancipazione dei popoli, benpensante, ma incapace di imposture e di compromessi, fu nazionalista, ma negli ultimi anni denuncerà spietatamente l’imperialismo statunitense a Cuba, nelle Filippine e nel Messico: di recente si sono trovate, negli scritti sparsi degli ultimi anni, requisitorie ancor più radicali contro magnati e razzisti che consegnano il suo Paese ad avventurieri senza scrupoli. «Io non ho mai cercato in nessun caso - scrisse in una lettera nel 1889 - di rendere colte le classi colte. Me ne mancavano sia le doti naturali che la preparazione. Ambizioni in questo senso non ne ho avute mai. Ma sono sempre andato a caccia d’una selvaggina più grossa: le masse. Raramente mi sono proposto di istruirle, ma ho fatto il mio meglio per divertirle». «Le avventure di Tom Sawyer» e «Le avventure di Huckleberry Finn» non hanno solo suscitato ilarità senza fine in milioni di ragazzi e di adulti in ogni angolo del pianeta: da quei libri sgorgano poesia e verità come acqua sorgiva dalle fenditure della roccia. Sarebbe improprio considerare i due romanzi semplicemente come l’uno il seguito dell’altro. Nel primo, rappresentazione della storia di un’infanzia perduta, Tom spezza la monotonia e l’oppressione spirituale di un piccolo paese sulla sponda del Mississipi proiettando la sua ansia di libertà in evasioni fantastiche e in un furioso succedersi di avventure da lui fabbricate; nel secondo, Huck realizza quel sogno di libertà fuggendo di fronte a una tragica condizione: le medesime vicende di Tom egli le narra in chiave di dura realtà. I due romanzi non sono che una stessa fantasia che si propone per due volte: la morte immaginaria, protagonista di un gioco infantile in «Tom Sawyer», diviene tragica concretezza in «Huckleberry Finn». Huck non è fuggito dalla signora Watson e dalla vedova Douglas per conquistare una libertà esclusivamente individuale, ma perché in Jim, il negro in fuga dalla schiavitù, scopre il suo vero padre, allo stesso modo che, nell’«Ulisse»  di Joyce, Stephen Dedalus scopre il suo vero padre in Leopold Bloom. La spettrale precisione del linguaggio con cui Huck narra la propria storia imprime in modo indelebile nella mente del lettore la condizione dei paria della società. La grandezza del romanzo si raccoglie nella consonanza spirituale e nella solidarietà tra il ragazzo bandito dalla società e il negro in fuga dalle iniquità del consorzio sociale. Indole forte e generosa, Huck tende sempre la mano amica a chi nella vita soccombe, mentre è istintivamente ostile ai prepotenti e ad ogni forma di oppressione. E' un rappresentante tipico della democrazia americana questo Huck che osserva con pessimismo, che non deborda mai in scetticismo, l’umanità che incontra nel suo viaggio lungo il Mississipi: per lui anche i ribaldi hanno una segreta umanità. E siamo nell’America profonda, puritana e violenta, superstiziosa e razzista, conformista e pecorile, della prima metà dell’Ottocento. Come ha osservato T. S. Eliot: «Lo stile del libro che è lo stile di Huck ne fa una denuncia contro la schiavitù assai più persuasiva che non la propaganda ad effetto della ''Capanna dello zio Tom'' (...). Perciò alla fine noi lo vediamo come una delle figure permanenti della narrativa: non indegno di prendere il posto al fianco di Ulisse, Faust, don Chisciotte, Amleto, e altre grandi scoperte che l’uomo ha fatto su se stesso».

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