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Il legno, la pietra, le emozioni

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di Manuela Bartolotti

«L’essenziale è visibile agli occhi». Così, parafrasando e stravolgendo la celebre frase tratta dal Piccolo Principe di Saint-Exupery, si può sintetizzare l’arte di Maurizio Catellani, la sua scultura fatta di linee semplici, corpi concentrati, misteriose monadi di tempo e di spazio. Spesso senza nome come astrazioni ineffabili, le sue opere di legno,  di pietra, di metallo, si lasciano interpretare come sogni di  nuvole, profili montuosi, linguaggio crudo e sensuale di natura. 
Se  una goccia di pioggia, un’ala che fende l’aria, una fenditura di monte entro la quale sfila sinuosa la luna, un equilibrio perfetto in un varco impreciso sono emozioni, allora eccole sprigionarsi da  vene aurorali di poesia scoperte sotto la pelle opaca della pietra,  o rilucere in alabastro incantato, in rocce quasi carnali, mentre il lavoro dell’artista non è altro che scoprire sui greti di fiumi,  ridestate dal fango e dal ventre della terra, le forme della verità  e quindi della bellezza, come direbbe John Keats: «La bellezza è  verità, la verità è bellezza». 
Quello che avviene dopo non è però piegare, ricondurre a un proprio concetto il pezzo di legno o di pietra trovati, bensì trarne  l’anima, l’invisibile essenziale, rispettandone l’enigmatico significato, il messaggio trattenuto che vibra e non proclama. 
Le mani dell’artista proseguono l’insistenza erosiva dell’acqua,  levigano accarezzando e questa fisicità sanguigna resta, cosicché le pietre compatte, altrimenti sorde, fredde, pesanti si rendono creature, corpi viventi, evocativi, caldi o altrimenti simulacri di  sogni leggeri come visioni.  
Tornano in mente le fantasie liriche di Arp, i concetti pietrificati di Moore o le più affini forme ancestrali di Brancusi. Tuttavia, in Catellani c’è qualcosa di più spontaneo, diretto, un rapporto  stringente con Madre natura senza soluzione di continuità. 
Cosa si cela dietro lo specchio che rimanda solo apparenze?
 Quello stesso che ammonisce dalla stanza arcana di Parmigianino nella Rocca  di Fontanellato, dove si svolgerà questa mostra dello scultore  nocetano? (Da sabato al 9 maggio, inaugurazione alle 16,30). Ecco, tutto si va mutando – in destino o condanna come nelle Metamorfosi di Ovidio -, perché voler conoscere è cambiare, cercare per trovare, per perdersi ancora in più vasti misteri di luce.
 Questo era il pensiero sotteso dell’alchimista-artista Parmigianino,  che lasciò l’enigmatica frase «Respice finem» a incorniciare lo  specchio sul soffitto. «Riguarda la fine» è la stessa cosa che sussurrano le sculture di Catellani, umile servitore del Mistero di  natura. 
La fine è però inizio nel cerchio inarrestabile della vita, nella magica trasmutazione dell’arte. 
La è anche in quelle sculture-  essenze di Catellani, che oltre lo specchio ingannevole, appaiono  tesori portati alla luce ma non svelati completamente. 
Insistentemente ripetono il sublime nella loro ermetica semplicità. Come le grandi architetture del creato anche queste sono forme di  eternità. 
 

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