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Serenissima e classica bellezza

Serenissima e classica bellezza
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Il Settecento a Venezia è stato un secolo culturalmente esaltante nel quale la letteratura, la musica, l’arte hanno brillato nel massimo splendore con spumeggianti riflessi nella vita sociale, briosa e scintillante di feste, balli, regate, processioni, spettacoli, nonostante all’orizzonte si stessero addensando ombre che alla fine del secolo avrebbero portato alla scomparsa della Serenissima.

La pittura in questo contesto ha svolto un ruolo importantissimo, riecheggiando i fasti cinquecenteschi con Tiepolo e gli altri epigoni del rococò, ma soprattutto interpretando il nuovo spirito razionale illuministico, che si è tradotto nel «vedutismo» che ha diffuso ovunque l’immagine della città costruita sull’acqua, ricca di solenni edifici storici e avvolta in una luce carica di suggestione. Così il vedutismo veneziano ha avuto una fortissima eco in tutta Europa.

La storia di questo movimento, ricco di interpreti prestigiosi, viene ripercorsa in una brillante mostra allestita a Brescia a Palazzo Martinengo (fino al 12 giugno) intitolata «Lo splendore di Venezia» «Canaletto, Bellotto, Guardi e i vedutisti dell’Ottocento».

L’ha curata Davide Dotti – insieme al catalogo della Silvana Editoriale - che è riuscito a raccogliere un centinaio di dipinti provenienti da collezioni pubbliche e private italiane ed europee, alcuni dei quali inediti ed altri mai esposti al pubblico. Attraverso queste opere lo studioso ha inteso pure dimostrare «che la fortuna del vedutismo non si esaurì con le decadenti e protoromantiche vedute di Francesco Guardi dell’ultimo decennio del Settecento, ma ebbe straordinaria fortuna e vitalità anche durante l’intero corso dell’Ottocento».

Le radici del vedutismo le troviamo all’inizio del percorso, suddiviso in dieci sezioni, nelle opere di Gaspar Van Wittel (1653-1736) e di Luca Carlevarijs (1663-1730). L’olandese – ribattezzato a Roma Vanvitelli - ha avuto il merito di portare la veduta ad un livello artistico fino a quel momento sconosciuto. Venezia gli ha suggerito immagini di notevole respiro per cui, come si nota nell’«Ingresso del Canal Grande», ha inaugurato «virtualmente la storia della veduta veneziana stabilendone l’impostazione visiva e individuandone per primo punti di vista che il Canaletto ha reso famosi».

Il friulano invece ha interpretato la spirito della città popolando la scena , come nel «Molo di San Marco», di personaggi nei più vari atteggiamenti. Ma chi ha consacrato la nobiltà del vedutismo è stato Canaletto (Antonio Canal 1697–1768) che ha usato la camera ottica per riprodurre con esattezza alcuni particolari del paesaggio e delle architetture ma poi li ha modificati con forzature e con vibrazioni cromatiche per rendere la scena esteticamente gradevole e ricreare quella atmosfera d’incanto e di suggestione che solo Venezia sa dare.

Davanti a noi scorrono immagini indimenticabili del Canal Grande col Ponte di Rialto (il quadro proviene dalla Galleria Nazionale di Parma), la Chiesa della Salute, il ricamato Palazzo Ducale con dietro l’orientaleggiante San Marco. Sulla scia di Canaletto si muove autorevolmente il nipote Bernardo Bellotto (1722-1780) con maggiore forza e concretezza e con più intensi contrasti chiaroscurali. Tra i numerosi artisti che si dedicano a questo genere si segnalano Michele Marieschi (1710-1743) che nel «Ponte di Rialto» coniuga la realtà con una luminosità fiabesca e vivaci punteggiature cromatiche, e lo svedese Johan Richter (1665-1745) che ama inserire i suoi scorci in atmosfere calde, suadenti.

L’immagine di Venezia è stata largamente diffusa grazie anche alle stampe di Canaletto, Marieschi, Visentini alle quali è dedicata una speciale sezione. L’artista che opera un profondo cambiamento nella veduta è Francesco Guardi (1712-1793), presente con una decina di opere, che nella maturità dissolve il segno nel crepitio della luce cospargendo le tele di una grafia minuta e fitta con tanti puntini biancheggianti che alterano le architetture, dilatano gli spazi e rendono le composizioni estremamente emotive.

Interprete della sensibilità romantica del nuovo secolo è Bernardino Bison (1762-1844) di cui vengono presentate alcune tele inedite caratterizzate da un tenero romanticismo, che contraddistingue anche Federico Moja,Giuseppe Borsato e altri artisti della metà dell’Ottocento. Fra questi spicca il bellunese Ippolito Caffi (1809-1866), pittore dalla vita molto avventurosa, sempre alla ricerca di nuove emozioni da trasferire con passione sulla tela come nel «Notturno con nebbia in piazza San Marco» e nel «Canal Grande sotto la neve» in cui vibrazioni luminose percorrono la scena con rapinosa magia.

Sul finire del secolo emergono Guglielmo Ciardi (1842-1917) e Pietro Fragiacomo (1856-1922) la cui pittura si avvale delle esperienze dei macchiaioli e degli impressionisti ma riflette soprattutto l’estrema sensibilità verso l’armonia del vero. Nel «Canale della Giudecca all’alba» Ciardi coglie poeticamente l’intima fusione tra l’uomo e la natura in un ambiente di profonda quiete interiore; nel «Bacino di San Marco» invece la luce avvolge gioiosamente edifici, barche, persone, vele che il mare accarezza nei riflessi dolcemente increspati.

Anche Fragiacomo è attento all’armonia del vero e così in «Alle zattere» inserisce tre donne dagli abiti vivaci in un ambiente di rude e laboriosa quotidianità. E la vita di ogni giorno nei campielli, nei canali, nelle piazze scorre nelle tele di Favretto, Milesi e del bresciano Angelo Inganni autore di una «Piazza San Marco» (1839) con venditori ambulanti, persone che passeggiano, nobili, frati e gli immancabili piccioni.

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