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Arte-Cultura

Poesia, il mondo di Franco Loi tra persone e paesaggi interiori

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Paolo Lagazzi
Non so da quanti anni conosco Franco Loi, e potrei dire che tra noi esiste quel qualcosa di impalpabile e prezioso che è l’amicizia. Non lo so, e non mi interessa molto saperlo (fare i conti, verificare date). So soltanto che, in tutti questi anni, ho sempre amato non solo la sua poesia, ma la sua voce di uomo: il suo dialogo tanto profondo quanto pacato, tanto semplice quanto vibrante d’un sentimento radicale delle cose, dell’umano, dell’essere.
 Ascoltare Loi nella quotidianità del conversare è sempre un’esperienza nutriente perché la sua voce - sottile, mite e velata da una garza di naturalezza, da un rifiuto istintivo d’ogni retorica - sa distillare segreti, sa schiudere illuminazioni decisive e insegnamenti sapienziali dal pozzo delle occasioni comuni, dell’esistere arreso alla sua nudità.
 In un mondo frastornato dai riti dell’isteria mediatica, dalla virulenza egocentrica dell’apparire, dalle bandiere dell’ipocrisia ammantata di seduzioni, questa voce ha sempre avuto, per chi ha conosciuto e frequentato il poeta nelle pieghe inappariscenti dei giorni, la dolcezza forte delle occasioni rivelatrici, degli incontri che ti schiudono orizzonti di bellezza, prospettive di conoscenza schietta, autentica. Molte vibrazioni, molte traiettorie di questo parlare tornano ora, sollecitate e fedelmente trascritte da Mauro Raimondi nel corso d’una lunga intervista, in «Da bambino il cielo» (Garzanti), un libro vasto, pullulante e liquido come un mare, scosceso come un paesaggio western e vibratile come un bosco: un libro-summa; un regesto biografico che ripercorre, con una straordinaria larghezza di dati, testimonianze ed esempi, tutta la vita e l’opera di Loi in una specie di cavalcata inesausta, mossa dal vento, dalla febbre, dalla forma senza forma di un destino.
Raimondi osa domande limpide e assolutamente impegnative: «L'infanzia è un mito o una verità?»; «Che rapporto c'è, nella biografia d’un poeta, tra la realtà e i sogni, i luoghi di terra e i luoghi dell’anima?»;  «Cosa significa per un poeta scegliere, come mezzo espressivo, il dialetto?»;  «La voce dei poeti sgorga dalle ragioni dell’esistere o da quelle, ineffabili e sovrane, della musica?».
Loi, muovendosi con pazienza e acribia, accettando di piegarsi al bisogno dell’interlocutore di capire, o gettando improvvise frecce di luce verso il cielo, risponde dipanando la trama complessa dei suoi anni e della sua scrittura, sapiente come sanno esserlo solo i maestri di quella verità fluida e ingovernabile, fiammeggiante e anarchica, priva di confini e regimi che è la poesia.
Mai elusivo riguardo ai temi cruciali, alle verifiche decisive e scottanti che Raimondi gli sottopone, Loi è, in queste pagine, anche un dispensatore di racconti variegati, sorprendenti e fantastici, uno squisito intarsiatore di squarci epici e lirici, ricco d’una memoria di persone (da Sereni a Fortini, da Vittorini a Raffaello Baldini, da Ungaretti a Gatto, da Tomiolo a Renato Curcio) e di luoghi (da Genova a New York, da Colorno alla Grecia alla Cina) degna d’un archivio vivente e insieme di un sovrano dell’affabulazione.
Nato e cresciuto nel rumore dell’esistenza, nell’intreccio più magmatico fra voci dissonanti e consonanti, amori e odi, incantesimi e dissapori, ma insieme chiamato a un’esplorazione tutta personale dei territori del sacro e dell’ineffabile, il poeta sa restituirci, attraverso queste pagine, il retroterra della sua grande opera, il paesaggio storico e d’anima su cui essa è venuta a formarsi.
Malgrado l’immensa dispersione dei fatti, delle occasioni e dei segni, la figura inequivoca - umanissima ma a suo modo implacabile - di una vocazione creativa si disegna pian piano attraverso le partiture del libro. Per Loi, prendere coscienza di questa chiamata ha significato soprattutto capire che scrivere poesie vuol dire assumersi la responsabilità di «conservare la voce profonda della vita».  Corollario di questa presa di coscienza, nel libro brillano episodi struggenti come quello del giovane salvato dal suicidio proprio grazie all’ascolto di alcuni testi del poeta, o come quello di un bambino delle elementari che, mentre Loi leggeva dei suoi versi in classe, guardava un albero fuori dalla finestra; quando la maestra, dopo la lettura, gli chiese un po' irritata un commento, il bambino rispose: «Pensavo che mi sarebbe piaciuto essere l’albero che sta là ad ascoltare il poeta. E ho capito che lui l’intende così la poesia».
Da  bambino il cielo - Garzanti, pag.  379, Euro 29,50

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