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Alla scoperta di Parma romana

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 Manuela Catarsi è funzionaria e archeologa della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna. E' autrice del saggio «Storia di Parma. Il contributo dell’archeologia» all’interno del volume «Parma romana» (Mup Editore, 2009). In questo articolo la Catarsi ci guida alla scoperta di Parma romana.

 
La conquista da parte dei Romani della pianura padana, iniziata nel 268 a.C. con la fondazione di Rimini e proseguita con quelle di Piacenza e Cremona nel 218 a.C., riprese nel 187 a.C. con la fondazione di Bologna e proseguì nel 189 a.C. con il tracciamento della via Emilia e nel 183 a.C. con la deduzione delle colonie di Parma e Modena. La nostra città venne edificata sulla destra del torrente omonimo in posizione strategica a controllo dello sbocco in pianura di quattro vallate appenniniche (Enza e sistemi Taro-Ceno e Parma-Baganza) abitate da fiere e bellicose tribù di Liguri ostili ai Romani, che saranno domate dopo una lunga guerra soltanto nel 146 a.C. 
A ciascuno dei 2000 coloni che concorsero alla fondazione della città vennero assegnati 8 iugeri di terreno (circa 20.200 mq) e le operazioni centuriali, coordinate da una commissione triumvirale di cui faceva parte lo stesso Marco Emilio Lepido, portarono alla parcellizzazione del territorio in maglie quadrate di circa m. 710 di lato delimitate da strade, piantate arboree e canali. Quasi nulla sappiamo della città repubblicana che, nel corso delle guerre per il principato, schierata a favore di Ottaviano, venne devastata da Antonio nel 43 a.C. 
Gli scarsissimi ritrovamenti archeologici riferibili a queste prime fasi insediative sembrano tuttavia individuare già nell’area di piazza Garibaldi, là dove poi sorgerà il capitolium, il cuore della colonia, con la probabile presenza di una struttura templare ornata da un podio in blocchi di arenaria locale modanati e da una decorazione architettonica fittile, e rivelano l’impegno messo dai primi coloni nel raccordare piani e impedire pericolose risalite della falda acquifera. Nella foto aerea è ancora ben riconoscibile nel nucleo compatto e regolare attorno all’attuale piazza Garibaldi, compreso a Nord tra le vie del Vescovado e Melloni, a Est Cairoli - XXII Luglio, a Sud Riccio - ponte Caprazucca e a Ovest Carducci - Oberdan - Conservatorio, la colonia Iulia Augusta Parmensis.
L’impianto urbano d’epoca augustea risulta diviso dall’incrocio del decumano massimo (il tratto urbano della Via Emilia) col cardine massimo (Vie Farini e Cavour) in quattro settori di sei actus di ampiezza (circa 210 m.), di cui i due settentrionali di 7 actus e mezzo, quello sud-orientale di 9 actus e di minori proporzioni quello sud-occidentale, condizionato dal corso del torrente che all’epoca aveva un alveo diverso dall’attuale, come dimostrano i recentissimi ritrovamenti di Piazza Ghiaia. Un ponte in pietra consentiva il transito dell’Aemilia sul corso d’acqua e metteva la città in contatto col suo suburbio occidentale, dove scavi recenti hanno portato in luce imponenti opere di bonifica con anfore e quartieri produttivi già insediati in epoca giulio-claudia. 
All’interno della scacchiera urbana si sviluppavano le insulae d’abitazione di un actus e mezzo di lato (circa 53 m.), in cui sorgevano domus di una certa ricchezza, come testimoniano i pavimenti in signino o a mosaico, gli stucchi e gli intonaci dipinti, rinvenuti in diverse occasioni in più punti della città. All’incrocio delle due strade principali era il forum, dall’estensione pari a quella di due insulae, solo in parte coincidenti con l’attuale piazza Garibaldi, sul quale si affacciavano gli edifici pubblici principali tra i quali il capitolium (il tempio dedicato alle principali divinità) e la basilica (un edificio in cui si tributava il culto imperiale e si amministrava la giustizia).
 Sul margine cittadino meridionale, all’incirca in corrispondenza degli attuali piazzale Sant'Uldarico, via Farini, borgo della Salnitrara sono stati localizzati alla metà dell’Ottocento i resti del teatro che, innalzato in età giulio-claudia, chiudeva con la scaena a sud il cardine massimo addossandosi con la cavea all’argine del torrente. Un anfiteatro, che poteva ospitare più di 16.000 spettatori si elevava invece nel suburbio nord-orientale grosso modo nell’area degli attuali Palazzo del Campo e Convitto Maria Luigia, all’interno del pomerium cittadino, il cui confine era segnalato da un arco onorario, di cui è stato trovato sull'Emilia un potente basamento in conglomerato cementizio. 
Lungo le strade, sia di grande scorrimento, ma anche quelle che attraversavano obliquamente a centuriazione si dislocavano le necropoli, caratterizzate dal rito funebre ad incinerazione in epoca repubblicana e nel primo Impero, ad inumazione a partire dal II sec. d.C., pratica funeraria divenuta poi prevalente a seguito del diffondersi anche nel nostro territorio del Cristianesimo. Snodi viari importanti distribuiti sui lati del quadrilatero mettevano la città in comunicazione con le vallate appenniniche, il Po e il territorio centuriato.
Nel corso del III sec. d.C., in relazione alle difficoltà in cui si dibatteva l’Impero romano, anche la città di Parma cominciò a decadere e sul finire del secolo, all’epoca delle prime invasioni barbariche, per motivi di difesa si cinse di mura. Del mutare dei tempi resta testimonianza oltre che in diversi tesoretti di preziosi rinvenuti in città (es. Teatro Regio, Palazzo Orsoline, Via Mazzini) in una lettera del vescovo Ambrogio di Milano, scritta nella seconda metà del IV sec. d.C. in cui le antiche colonie lungo la via Emilia vengono definite «cadaveri di città semidiroccate». La città di Parma, tuttavia non sparirà ma, stretta attorno al suo Vescovo che finirà per diventare anche il capo politico della comunità, si preparerà ad affrontare le sfide e i nuovi fermenti del Medioevo.
MANUELA CATARSI
 

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