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 Patrizia Ginepri

Neanche un mese fa è riuscito a far cambiare nome al famoso «Atleta che si incorona» custodito nel Getty Museum di Los Angeles. Invitato dal presidente Jens Deahner, il professor Riccardo Partinico, docente di scienze motorie a Reggio Calabria, ha tenuto nella città americana una lezione sulla «Identità perduta»  della statua risalente al periodo Classico, ribattezzata «Giovane giavellottista».  
«Attraverso l’osservazione della postura, della morfologia del sistema muscolare, della somatometria dei distretti muscolari, possiamo risalire, con poca percentuale di errore, alla specialità sportiva esercitata  da un atleta - spiega Partinico -. Ad esempio, un lottatore appare fisicamente diverso da un karateka, pur praticando entrambi sport di combattimento. Il metodo permette, inoltre, di poter stabilire se il personaggio rappresentato da una statua è stato ritratto da un modello vivente, di attribuire il significato di gesti ed il tipo di attività bellica esercitata». Questo approccio scientifico è stato utilizzato anche per identificare i famosi Bronzi di Riace, avvistati tra la sabbia del fondale calabrese nel 1972, risalenti, secondo gli archeologi, a duemilacinquecento anni fa. «Chi siano stati e da dove siano venuti non lo sapremo mai - premette Partinico - ma è certo che i loro corpi sono stati forgiati con l’arte della guerra. Quella particolare armoniosità muscolare ha acceso la mia curiosità e mi ha indotto ad analizzare con molta attenzione il vissuto di quei muscoli».  Così l’analisi scientifica sui Bronzi di Riace, svolta da Partinico a partire dalla fine degli anni ’90, ha permesso di fornire diverse risposte: perché le due statue rappresentavano personaggi eroici realmente vissuti; perché i due guerrieri presentavano deformazioni del sistema scheletrico; perché il «Vecchio» andava a cavallo ed il «Giovane» no; perché i due guerrieri hanno esercitato attività belliche differenti; perché effettuavano la respirazione diaframmatica; perché assumevano quella particolare postura della mano destra.  «Le statue rappresentavano due personaggi eroici realmente vissuti perché lo scultore o gli scultori che hanno realizzato le opere hanno copiato, fedelmente, alcune deformazioni del loro sistema scheletrico: scoliosi e ipercifosi della colonna vertebrale e varismo del quinto dito dei piedi del ''Vecchio” - sottolinea l'esperto -. Duemila e cinquecento anni fa, infatti, nessuno conosceva questi dismorfismi. Il sovraccarico dell’elmo, della corazza, dell’arma impugnata e dello scudo utilizzati dai guerrieri per eseguire azioni di combattimento hanno determinato alcune alterazioni strutturali del loro sistema scheletrico. In particolare, la colonna vertebrale del “Vecchio” presenta una “classica” scoliosi dorso-lombare  e l’appiattimento del tratto cervicale, mentre i suoi piedi presentano l’allargamento della zona di appoggio laterale con una leggera riduzione dell'altezza dell'arcata plantare ed il varismo». Sempre secondo Partinico, il  «Giovane», presenta «una scoliosi dorso-lombare di lieve entità ed un’accentuata iperlordosi, compensata, solo in parte, da un’ipercifosi del tratto dorsale. Questi dismorfismi che possono definirsi “professionali” non diminuiscono la funzionalità, la potenzialità e neanche l’estetica dei due guerrieri». 
Le loro strutture fisiche sono state forgiate proprio dal tipo di addestramento alla guerra. Dallo studio della fisionomia muscolare degli arti inferiori e dei muscoli posteriori delle spalle emergono dati molto interessanti, «da cui possiamo sicuramente dedurre che i Bronzi di Riace hanno esercitato attività belliche differenti - assicura lo studioso -. Gli arti inferiori del “Vecchio” sono compatibili, per fisionomia, con soggetti che cavalcano. Infatti, i glutei, gli adduttori ed i muscoli dei polpacci sono molto definiti ed ipertrofici. Diversamente, il “Giovane” presenta i piedi ben strutturati, le dita armoniose, simmetriche e senza alterazioni scheletriche. Inoltre, l’ipotonia di alcuni muscoli delle cosce, in particolare degli adduttori, dimostra che questo guerriero non andava a cavallo». 
Considerato, infine, che le due statue sono state realizzate in tempi diversi e che entrambe, per sorreggere la lancia o il giavellotto, utilizzano una particolare impugnatura della mano destra, si desume, dagli studi del professor Partinico che quella postura delle dita sia stata una «tecnica bellica». Infatti, una cinghia di cuoio, denominata amentum (latino) o ankulè (greco), che appare anche su numerose raffigurazioni dell’epoca, legata «a cappio» sulla parte centrale dell’asta, veniva utilizzata dai guerrieri greci proprio per lanciare l’arma.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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