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1616-2016 Shakespeare, quattro secoli di gloria

Il drammaturgo che ha trasformato luci e ombre della condizione umana in opere di altissima poesia

Shakespeare, quattro secoli di gloria
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«Aprile è il mese più crudele, genera/ Lillà da terra morta, confondendo/ Memoria e desiderio, risvegliando/ Le radici sopite con la pioggia della primavera». Meravigliosi versi di T.S. Eliot, questi della «Sepoltura dei morti» da «La terra desolata». Li ricordiamo per intraprendere un discorso su questo aprile 2016 che ci ricorda i quattrocento anni trascorsi dalla morte di William Shakespeare, una data apparentemente lontana e invece sempre incombente come le sue opere, i suoi sonetti, le sue tragedie e le sue fare.

Non v'è dubbio che il drammaturgo di Stratford-upon-Avon, nato nel 1564, sia - anche oggi uno dei grandi testimoni dell'umanità, testimone vivente attraverso una continua e incessante presenza che, se da una parte lo rimette continuamente dentro il flusso del tempo, dall'altra lo condanna per così dire ad un perpetuo confronto con la storia del mondo. Per questo motivo è impossibile parlare e scrivere di lui in maniera frettolosa, stenderne la vita, la fama e le vicende del suo carattere complicato ad un tempo e di una sconcertante e luminosa semplicità. Quando nel marzo del 1616, un mese prima di morire fece testamento, apparì ai testimoni come un quieto, gentile e civile «gentiluomo di campagna, sereno e benestante».

Così dicono le cronache. Tutto in lui, invece, fu tempesta e impeto, abitava la tragedia della sua vita, terzo di otto fratelli che dovette in qualche modo aiutare sottoponendosi anche a lavori umilianti. Infatti, dopo aver abbandonato la grammar school di Stratford, aveva cominciato a vivere frequentando ambienti e personaggi molto diversi - una specie di «università degli opposti», disse con una curiosa immagine Emilio Cecchi - che gli insegnarono quella lezione piena di contraddizioni che è una delle meraviglie del suo teatro. Frequentava rifugiati italiani e francesi, avventurieri e umanisti come John Florio, gente di elette virtù, ma anche persone poco rispettabili che poi confinò da par suo sulle scene col mestiere di una suprema ironia e di un classico distacco. E' vero, dunque, quanto afferma Harold Bloom nel suo lungo saggio del '98 intitolato «Shakespeare. L'invenzione dell'uomo»; e cioè che il drammaturgo «più che semplici ruoli teatrali o personaggi ha creato vere e proprie personalità. Ha creato noi così come oggi ci concepiamo». Bloom, che antiaccademico com'è si è però abbandonato anima e corpo al suo autore, arriva a scrivere che «Solo la Bibbia comprende tutto al suo interno, caratteristica che la accomuna a Shakespeare, e molti lettori della Bibbia considerano quest'ultima uno scritto d'ispirazione divina, se non addirittura di origini soprannaturali». Noi non ci azzardiamo ad arrivare ad una tale identificazione, ma il concetto è chiaro perché Amleto e Falstaff, ad esempio, sono più vivi della vita stessa e di loro il pubblico percepisce bene, al di là di ogni velleitaria analisi critica o messa in scena, la radice umana e la sua misteriosa resistenza. Shakespeare conosceva il mondo, era nato - come si dice - con gli occhi aperti, era un inventore di realtà filtrate attraverso il tempo dell'essere, quindi un folle continuamente rinsavito e un rinsavito continuamente tornato nel girone infernale della follia.

Al centro di questa esperienza che si rinnova col passare del tempo e dei secoli sta il concetto di classica tragedia. Lo rivela con sicurezza Gabriele Baldini quando, traducendo e annotando riccamente all'inizio degli Anni Sessanta, i tre monumentali volumi delle «Opere complete» per Rizzoli, afferma che la parabola compiuta da Shakespeare nel campo del teatro è simile alle parole che il Coro recita nel quarto atto del «Re Enrico V» sottovoce: «Figuratevi ora il momento in cui un confuso mormorio e le tenebre si uniscono a riempire il grande vaso dell'universo. Da un campo all'altro, attraverso il sinistro grembo della notte il murmure di ognuno dei due eserciti s'ode appena, tanto che la sentinella immobile avverte quasi i bisbigli segreti delle altre che vigilano». Non solo il teatro, dunque, come luogo di dibattito, di pensiero e di umana rappresentazione, ma anche - e soprattutto - la poesia. In Shakespeare la poesia raccoglie «il complicatissimo intreccio delle metafore tese ad una straordinaria forza intellettuale» - scriveva Alessandro Serpieri a commento di una sua traduzione Fedelissima dei «Sonetti» (Rizzoli, '95). Ed è davvero la poesia il centro di tutta l'esperienza letteraria shakespeariana: un centro che si dilata e si restringe a seconda dei casi e dei fattori extratestuali così ricchi e imprevedibili nel grande autore di «Amleto» (Gassman interpreta "Essere o non essere" con le note di Duke Ellington), de «La bisbetica domata», del «Coriolano», di «Romeo e Giulietta», di «Macbeth», di «Otello» e de «Le allegre comari di Windsor». Nei «Sonetti», infatti, l'arte sottile, tagliente e barocca del magico incontro con le parole, gli umori, i ricordi, gli amori, le grazie e le disgrazie della Fortuna, la bellezza femminile e quella dei luoghi, creano l'incanto di una creaturalità dolcissima, drammatica e divinamente amorosa nello stesso tempo.

E' probabile che Shakespeare abbia scritto questi testi per il conte di Southampton tra il 1593 e il '95, suggerisce una certa tradizione, ma poco importa. Essi sono, e restano le testimonianza diretto di un supremo amore per la forma - qualcosa tra il Petrarca e Donne - e celebrano quella magnifica ossessione del possesso che da sentimentale diventa carnale e da carnale divino: «Così fortemente ti sei radicato nel mio pensiero/ che tutto il resto del mondo mi pare morto».

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