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Le tragedie del Bardo nelle produzioni parmigiane

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Shakespeare è nostro contemporaneo. Ora e sempre. Ma con il compito di ricordare le innumerevoli rielaborazioni, riscritture, reinterpretazioni nate nella nostra città (e qui subito le scuse per inevitabili dimenticanze), diviene di speciale interesse la frase con cui Mario Praz chiude la limpida prefazione al libro di Jan Kott (prima edizione italiana 1964) - perché se l’opera shakspeariana svela «un significato vibrante di sensibilità moderna», gli spettacoli che ne derivano, carichi del presente in cui vengono realizzati, possono allora divenire anche «documento di storia del gusto per coloro che verranno dopo di noi». Solo una questione di stile?

Per Parma, e per alcune realizzazioni in particolare (e il primo pensiero va inevitabilmente alla trilogia del Collettivo, '79/'81, «Amleto», «Macbeth», «Enrico IV»), si potrebbero cogliere anche altri caratteri, politici per esempio, ed esistenziali, il teatro (Shakespeare!) come conoscenza del proprio tempo e del proprio pensiero.

Una dialettica perenne, ritraducendo, tagliando i testi, fondendoli tra loro, esaltandone alcuni aspetti, giocando su ogni linguaggio della scena, gli spazi, la vicinanza con il pubblico, i costumi... Tutto è possibile: questa l’assoluta fedeltà nel «tradimento», questo l’invito di Kott. Freud e la Storia, l’amore e il potere... Il mondo stesso è un palcoscenico, ricorda più volte, e sempre meravigliosamente, Shakespeare - e facendo teatro si moltiplicano emozioni sempre vere perché fuse insieme di persone (specie in tempi in cui l’attore partecipa direttamente alla creazione) e personaggi. «Shakespeare è il canone», scrive Harold Bloom che, in un’intervista, ricorda come l’autore principe che fissa il metro di misura della letteratura dia «cento personaggi principali e mille personaggi secondari, che hanno tutti voci proprie, e soprattutto voci che continuano a cambiare».

E’ su questa disponibilità ad essere continuamente altro, facendo nascere nuove immagini e situazioni, che, tra il 1992 e il 2001 vengono realizzati, da Bruno Stori e Letizia Quintavalla al Teatro al Parco, «Un bacio... un bacio ancor... un altro bacio» (da «Otello»), «Tempesta» e «Fango» (da «Macbeth»). Scelte coraggiose, i caratteri metateatrali spesso accresciuti, ampliati. E prima c’era stato anche un coinvolgente «Romeo e Giulietta» con i ruoli moltiplicati (un altro felice gioco di rispecchiamenti, essere uno e tanti).

Ecco, sì: ripensare ai tanti Shakespeare a Parma significa anche far riemergere le molte poetiche degli artisti che hanno lavorato, che vivono qui tra coerenze e cambiamenti. Non mancano i semplici allestimenti, le «messe in scena», dove il testo è magari solo alleggerito e si cerca soprattutto di valorizzare l’opera in sé, poche le sorprese (o forse più nascoste?).

Almeno una decina le produzioni di Teatro Due, doppio «Molto rumore per nulla» (regia prima di Gigi Dall’Aglio, poi di Le Moli), ma c’è anche «Amleto» con Elisabetta Pozzi nel ruolo del titolo, «Giulio Cesare», «La bisbetica domata», «La tempesta»... e - quasi un ritorno alla regia collettiva - un «Riccardo III» (2010). A cui si aggiunge l’esperienza di «Pocket Shakespeare», tante opere, ciascuna sintetizzata in mezz’ora, alcune di notevole interesse proprio per questo eccesso di compressione, con la necessità, per lo più, di scegliere un solo elemento dominante. La Compagnia dei Borghi realizza al Pezzani almeno una dozzina di spettacoli shakespearani, tra cui l’itinerante «Ombre» (2005). Con «Falstaff» tra teatro e opera lirica il ricordo di Luca Ambanelli e il suo Teatro del Tempo, un personaggio sentito come predestinato, ma anche - per esempio - al Teatro Regio, il «Gioco dell’Opera» con Veronica Ambrosini e «Imparolopera» con Bruno Stori. Ma Bruno Stori ha anche giocato con i se della storia per il «Processo a Giulio Cesare» ideato per «Spettacoli in Villa» da Mario Lanfranchi - che a sua volta, in alcune conferenze-spettacolo, si è cimentato, in forma ardita, con il più famoso dei monologhi, l’«Essere o non essere», riuscendo a scivolare, quasi con noncuranza, dai toni buffi, ilari, al dramma più intenso.

Ancora tanti i ricordi sparsi, per spunti e frammenti: al Teatro Europa un «R.3» per la regia di Umberto Fabi; «Un poco di Romeo, un poco di Giulietta», ideazione e regia di Carlo Ferrari; e «Pentagramma di Sogni 3.0», musiche di Patrizia Mattioli, canto di Alessia Galeotti, insieme per lo struggente dialogo finale di «Otello», con Desdemona (Sandra Soncini) che chiede altro tempo all’uomo tanto amato... Mentre per il Cerchio il nome del Moro di Venezia si rovescia, «Olleto (Otello al contrario)», (2014): nel gioco teatrale sarà anche possibile, tra occasioni di divertimento, il lieto fine!E per Lenz - che ha incontrato anche «Romeo and Juliet» e «Sogno di una notte di metà estate» - ancora non si è concluso il lungo viaggio con/ attraverso Amleto, rielaborato, riproposto in molte forme, in diversi spazi, indimenticabile Barbara Voghera, «attrice sensibile», che va ripetendo, così reso il «to be or not to be», in una sorta di smarrimento profondo, «Io qui, o io non qui»...

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