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Arriva il re, entusiasmo a Parma

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Giuseppe Martini

Parma è superba di accogliere fra le sue mura il Re soldato, l’Eroe di Palestro, il vincitore di San Martino, il Padre e Liberatore dè popoli, la speranza e l’amore d’Italia all’Alpi all’Adriatico» proclamava la «Gazzetta di Parma» del 7 maggio 1860, ma Parma era davvero superba di accogliere l’uomo baffuto e paffuto che avrebbe preso il posto che fu di duchesse-mamme e duchi che parlavano in dialetto? Stando alla raccolta di fondi che pubblicata da settimane con precisione catastale, sembra che non si vedesse l’ora di liberarsi dalle scorie borboniche: la popolazione femminile della provincia faceva a gara per offrire contributi destinati, pensate un po', ad allestire una bardatura da cavallo da regalare al sovrano al suo arrivo a Bologna, e al 2 maggio erano state raccolte 6283 lire, di cui 3867,48 in città.
Ma la città, che pure era parsa più miope dei possidenti rurali così reattivi a disfarsi del ducato nel plebiscito di marzo, era esausta prima dal democratismo di Carlo III, poi dal barcamenarsi di Luisa Maria della quale, più delle munificenza culturale, più dei gesti liberali, percepiva l’accidentato calarsi in quel ruolo di governante in gonnella che suscitava stridenti confronti con un non lontano passato. In centro incrociavano spesso uomini di Mazzini (e di Garibaldi), e solo qualche prete cercava l’impossibile sobillazione a una rivoluzione al contrario: guarda caso il vescovo Felice Cantimorri non si fece vedere all’arrivo del re, lasciando le incombenze formali a un canonico.
Sicché il Savoia, che da Bologna ormai fende la pianura per salutare le popolazioni neoannessesi, arriva a Parma nella pienezza dei tempi, anche se la città, più che superba, pare inaridita. E se i dati dei plebisciti sono inequivocabili - 53782 favorevoli in provincia a fronte di 165 contrari (ma 20222 astenuti) - la comprensione della realtà non è percepibile dai giornali: la «Gazzetta», che pubblicava gli atti ufficiali, mostrava uno sguardo distaccato e ironico ai progetti garibaldini; «Il Patriota», che all’epoca dei plebisciti indicava in Vittorio Emanuele II un re dello stampo di quelli francesi che desideravano che ogni famiglia alla domenica avesse un pollo a tavola, esortava a fuggire dai moderati gazzettieri, e intanto accoglieva le pubblicità per gli affitti dei balconi lungo il passaggio del corteo del re; «L'Annotatore» aveva abbracciato la causa unitaria, anche perché il direttore Giovanni Adorni si ricordava bene della guerra personale che, quando dirigeva una testata filoliberale, gli aveva fatto Carlo III.
Certo, c'è l’episodio di Cavour del primo maggio: il ministro stava viaggiando in treno per raggiungere Vittorio Emanuele II a Bologna, quando il convoglio fu fermato alla stazione di Parma dalla folla che abbatté i cancelli, respinse i gendarmi e circondò il treno con grida festanti. Chissà fino a che punto il popolino fosse a partito dei dissapori del ministro con il re, baruffe sulla posizione da tenere circa la spedizione di Garibaldi che era, si badi, il pensiero di fondo dell’opinione pubblica e politica in quei giorni. In realtà pare che la fermata (venticinque minuti) fosse prevista per il saluto dei rappresentanti comunali e le ovazioni siano state meno violente della leggenda (pioveva).
Il giubilo d’altra parte è la sigla sonora di un evento preparato con cura dal Municipio e ben costruito dalla pubblicistica. E quindi sulla «Gazzetta» (ma non sul «Patriota») la notizia che Garibaldi stesse partendo per la Sicilia non guadagnava che trafiletti: e domenica si dava per certo, senza enfasi, che fosse salpato seguito «da circa trecento volontari dei migliori e più arditi patrioti». Fra i quali c'era anche Giulio Cesare Abba, che come è noto era passato da Parma a fine aprile per raccogliere volontari: è testimone dei rumori di asce e martelli che gli operai davano notte e giorno «a piantare abetelle, a formar palchi, a curvar archi trionfali, per la venuta di re Vittorio».
Si stava costruendo il celebrativo arco effimero, ventinove metri e mezzo, posto nell’attuale Strada Garibaldi allo sbocco di Via del Teatro (Via Melloni): progettato da Ernesto Piazza e costruito del macchinista teatrale Gaetano Mastellari, sfoderava una decorazione di Girolamo Magnani, che anziché alleggerire rendeva ancora più tetragona la massiccia opera a tre fornici per lato spartiti da lesene scanalate, con un attico di oltre undici metri formato da un vano circondato da una loggia su una cornice sotto la quale correva un fregio dedicatorio.
Non si guardi a quest’arco come mero aneddoto: è il segnale della fine dell’attardato neoclassicismo parmigiano, cioè di un’epoca. E Vittorio Emanuele avrebbe dovuto passarci sotto dopo aver ascoltato il «Te Deum» in Duomo. Cosa che puntualmente avvenne, secondo un cerimoniale osservato al dettaglio: centro storico chiuso ai veicoli (eccetto le carrozze dirette a teatro alla sera, ma al passo), avvisi del sindaco Luigi Sanvitale di esortazione al giubilo («Il Municipio nel porgervi il lieto annunzio crede superfluo il dire come debba accogliersi il Glorioso Propugnatore dell’Italiana indipendenza»), arrivo del Glorioso Propugnatore alle ore 18 del 6 maggio 1860 in una Parma freschina (14 gradi) e umida, discorso del sindaco in stazione, a cui Vittorio Emanuele ringraziò con understatement piemontese («So di tutto cuore che ho fatto quanto potevo pel bene della causa italiana, ed al certo di tutto cuore farò sempre lo stesso»), entrata in città in carrozza accanto a Farini, al sindaco e al luogotenente generale Marozzo della Rocca, fra grida di entusiasmo, drappi, fiori, bandiere e, ci volevano occasioni del genere, distribuzione di pane agli indigenti.
Ovvio che nelle ventidue ore di permanenza al sovrano fu fatto fare di tutto: dopo il «Te Deum», ricevimento a Palazzo, nuovo bagno di folla alle 21,30 con strade, Municipio, Steccata, Duomo, Battistero illuminati, immagini del Re sul Palazzo del Governatore e una scenografia preparata dall’Ordine Costantiniano; poi a teatro per uno spettacolone simbolico con una ridondante poesia di Alfonso Cavagnari musicata per coro da Pietro Ruggeri.
La mattina dopo, visita tranquilla alla Cittadella alle 7 e molto più frettolosa alla Pilotta alle 15, visto che un’ora dopo sarebbe ripartito per Piacenza. In mezzo c'era stato il ricevimento delle autorità e il pranzo, durante il quale sfilò la facciata rappresentativa della città nell’anno di grazia 1860. Il re esclamò che quella parmigiana «è una popolazione bella e ardita, che ha dato buoni soldati». Ai bolognesi cinque giorni prima aveva detto che «hanno mostrato di essere buoni e bravi soldati». In quei giorni, sulla «Gazzetta» proliferavano le pubblicità dell’olio di ricino Hogg e quello del dottor De-Jongh dell’Aja.

 

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