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Bevilacqua nei "Meridiani"

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Ecco il Meridiano Bevilacqua. Milleottocento pagine, i primi sette romanzi, cioè la radice, il nucleo di quella che potremmo definire l'eccezionale operosità dello scrittore, la sua vulcanica partecipazione alla vita. Alberto Bevilacqua e il Meridiano Mondadori non è il solito abbinamento dello scrittore noto e popolare con lo spazio e la pagina che merita, bensì il riconoscimento di una personalità che, devastando il territorio della propria nascita (quella del fonte battesimale e quella della letteratura) ne ha tratto l'epos e il concetto stesso di appartenenza a un secolo, a una civiltà, a un modo di scrivere e di esprimersi non comuni. Curato e introdotto da Alberto Bertoni, il Meridiano Bevilacqua «Romanzi» ci offre anche una cronologia redatta da Antonio Franchini, cronologia che è un vero e proprio racconto di un figlio del secolo. E pochi narratori nostri del Novecento possono, riteniamo, ambire a siffatto titolo.
Bevilacqua stesso ci raccontava tanto tempo fa delle «insidie» della «favola bella»  che Parma aveva rappresentato al tempo della sua gioventù. Ma son state insidie positive, o semmai le trappole evitate perché, alla fine (cioè all'inizio, per meglio dire!) la polvere, cioè il retaggio del tempo, cominciasse a depositarsi sull'erba verde, e il frutto del tempo, e dei tempi, iniziasse a irrobustirsi in quella vocazione al romanzo che lo scrittore ha sempre dimostrato, e qualche volta ostentato, staccandosi e ricongiungendosi incessantemente con la sua città culla, madre e radice di tutte le sue avventure. Che si sono trasformate, col tempo, anche in poesia, e che poesia dobbiamo dire! «La polvere sul'erba» (del '55, nella versione del 2008), «Una città in amore» ('62) qui  nella versione 1970, «La Califfa» ('64), «Questa specie d'amore» ('68), «L'occhio del gatto» ('60) qui nella versione del '90, «Una scandalosa giovinezza» ('78), «I sensi incantati» ('91). Dunque: le radici, come dicevamo, il capolavoro, costantemente rifornito di linfa e di occasioni, con i due libri imperdibili, «La Califfa» e «Una scandalosa giovinezza», forse il migliore romanzo di Bevilacqua, la narrazione nella quale la favola e le insidie si sono fuse in una stregata realtà. Tuttavia, il tracciato di questa operosa presenza resta lineare, e da vicino, quasi di dentro, appare così: «La Califfa» esamina il conflitto tra borghesia e proletariato. «L'occhio del gatto» con dieci anni di storia spiati dall'angolo della violenza e dell'ingranaggio tecnologico. «Questa specie d'amore» ripropone il dissidio tra Federico e Giovanna che si odiano e si amano  tra  pericoli e speranze. «Una scandalosa giovinezza» è ancora oggi il poema compiuto perché s'intride di estri, sanguigne passioni, piaghe nascoste, e, insomma «di quella cosa che chiamano vita. E che poi non si sa». Zelia è il più bel personaggio inventato da Bevilacqua, è il più antico e nuovo insieme, è personaggio di romanzo, di famiglia, di mistero e di virtù, anche quando incontra «gente senza storia, già condannata dalla storia del mondo». Ma Bevilacqua è così. Attorno ai suoi protagonisti avviluppa sempre un reticolo di segrete partecipazioni personali (la poesia ce ne dà piena  giustificazione) che non sono soltanto il suo grande Io, ma anche il tentativo di redigere un codice dell'indignazione e della sopportazione morale con le quali il narratore cerca di compiere un dovere, il suo dovere di testimone. I sette romanzi del Meridiano portano Parma al centro, sempre.
Alberto  o le sue controfigure vi arrivano, vi permangono, ne ripartono, vi ritornano (sposati, divorziati, separati, padri, figli che siano), colgono gli umori del tempo che filtrano tra le piazze e le case dell'Oltretorrente, nelle osterie, sui marciapiedi del centro, nei salotti borghesi dove l'umano spirito si purga e trama, e guadagna e si compromette.
A tratti, percepisci la lezione magica che fu di D'Annunzio; a tratti ti trovi invischiato nel solenne rituale realistico; in altri momenti avverti come un sottile, crepuscolare rimpianto, un addio sempre rimandato e il ritmo del «viaggio misterioso», tra vita e morte, che troverà poi in anni più recenti il funebre cordoglio della poesia alla madre, altro insuperato esempio di umanità e di «pietas». Ma quanto ancora adesso stupisce e incanta trovandosi i testi in sequenza cronologica fra gli anni Sessanta e Novanta (riscritture comprese) è la separatezza (ne accenna Bertoni, come già fece curando un Oscar poesia del nostro autore) piuttosto evidente che Bevilacqua vuole conservare tra sé e le mode letterarie, pur adeguandosi talvolta anche lui ad esse, specialmente nei temi cosiddetti «civili», e però disgregandoli subito nella crudeltà (altro termine che gli è caro) poiché, ha sostenuto, «La moda è facile. La verità, no». Ma - verrebbe da chiedere - quale verità ha raggiunto e posseduto davvero? In  realtà, nessuna, perché il termine verità resta assai vago e, per uno scrittore come lui, addirittura non determinante, volutamente non determinante.
Ciò che conta è semmai il conflitto che attraverso l'orditura narrativa lo porta e ci porta a dar conto della vita e degli «opposti poteri dell'acqua dolce e dell'acqua salata» nelle lanche del Po «dove la natura fa stranezze ed esistono provvidenza misteriose». Come è misterioso il sangue, com'è misterioso l'amore, come sono misteriosi e contraddittori gli affetti. Come rimane, in fondo, misteriosa anche la bellezza e la tenuta letteraria di questi romanzi.
Romanzi - Mondadori, pag. 1808, euro 52.

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