Arte-Cultura

Alberi di gesso e pietra

Alberi di gesso e pietra
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Quindici stele in gesso, dove domina il bianco della materia, «incisa» a tratti da materiali diversi tesi a romperne la monocromia. Il torinese Paolo Icaro interviene negli spazi della Galleria d’arte Niccoli (mostra a cura di Lara Conte, borgo Bruno Longhi 6, fino al 3 luglio) con un’installazione che è singola o plurima secondo la scelta visiva ed i significati. Sono opere d’impatto poetico che si innalzano verso l’alto permeando l’ambiente della loro presenza così da farlo partecipe di un dialogo interno, tutto intento a prendere forza dall’incontro tra un rito antico e scelte contemporanee, tra il mito e l’uomo. Il gesso è considerato da Icaro - e già il nome porta con sé la memoria del mito - materiale idoneo, per le caratteristiche intrinseche di duttilità, a delineare i confini di una poetica che esplica la sua forza nell’azione del manipolare, dell’affidarsi ad una monocromia di base, del conservare le impronte gestuali, del resistere alle intemperie della natura commisurabili alle intemperie della vita. Una stele in gesso con un ramo di neon rosso illumina l’ingresso e annuncia il concetto, ripetuto in altre stele, di innesto. Innesto come chiave poetica di unione e fusione di materiali estranei tra loro che raggiungono la perfezione momentanea dell’incanto. Le stele per Icaro sono, infatti, opere d’incanto che trovano un loro equilibrio in seguito ad una continua instabilità. Attraversando questa originale creazione ci si imbatte in un bosco, impossibile contaminazione del naturale con l’artificiale. Sono alberi di gesso, sculture a misura d’uomo dichiaratamente antimonumentali. Sono presenze che comunicano un senso di precarietà, di non finito e nello stesso tempo di forte spiritualità. Artista fuori dagli schemi e dalle convenzioni delle diverse correnti dell’arte, Icaro evidenzia in questo conturbante percorso un profondo rigore teorico e formale, un operare che è sapienza e misura insieme. Da un lato c'è l’uomo ed il suo fare manuale, dall’altro c'è il pensiero che muove la mano, capace di variare i significati stessi dell’azione e dello spazio in cui questa si forma, in definitiva dell’opera. Il gesso, le pietre, il metallo, elementi naturali e primordiali, vengono trasformati dal gesto dell’artista e nel prendere forme nuove mutano il proprio valore semantico. Le stele di Icaro sono leggerezza e tensione, poesia e rigore, purezza e commistione, ma anche azione umana che si muove spinta da un «ideale» e nel contempo da un fare «concreto». Testimonianza ne è il comporsi della luce dentro ed attorno ogni stele. Una luce che proietta la propria ombra sulla terra circostante fatta di gesso e memoria; una luce che si fa ombra per l’inserimento di un materiale estraneo, là dove la mano dell’artista scava, ricompone, «insidia» la forma d’origine fino a farla propria. La narrazione si apre così su letture diverse, scava dentro ogni «pezzo» fino a toccarne l’intimo essere. È come rendere visibile «il prima e il dopo», contemporaneamente, suggerisce l’artista. È la speranza di un futuro che, forse, ricostituirà il passato perché dietro ad ogni pensiero, ogni speranza, c'è il lavoro dell’uomo artista, che porta fatica; ci sono le rughe del tempo che scavano il volto, ci sono gli anni vissuti a comporre la materia, la resistenza nel fare concreto, la capacità di ascoltare oltre che di parlare agli altri. La voce si fa sentire con una sorta di sicurezza emotiva quando racconta di sé mentre lo sguardo inevitabilmente va volgendosi alle opere, a quelle stele che paiono fragili ma in realtà sono forza viva, tanto da indurre il visitatore a perdersi in quel «bosco». Paolo Icaro ha alle spalle una lunga attività. Dopo essersi iscritto alla Facoltà di Lettere all’Università di Torino e al Conservatorio, nel 1958 inizia a frequentare lo studio di Umberto Mastroianni dove si avvicina alla scultura. Risale al 1962 la sua prima mostra personale alla Galleria Schneider di Roma. Nel 1965, dopo una breve sperimentazione con il marmo, inizia a lavorare con il ferro, il cemento e l’acciaio indirizzando la sua poetica verso una maggior progettualità che si esplica in linee, volumi e strutture: la sua scultura ha le dimensioni a misura d’uomo secondo un’idea che proseguirà nel tempo e che ancor oggi è rintracciabile alla base del suo operare. Verso la fine degli anni '60 e l’inizio degli anni '70, spostandosi continuamente tra l’Italia e l’America, si dedica alla realizzazione di opere ambientali e performances che coinvolgono le misure del suo corpo e lo spettatore. Nel anni rinnova e riprende l fondamentali tematiche del proprio operare in importanti esposizioni. Tra le più recenti nel 2008-2009 partecipa alla mostra Italics. Arte italiana fra tradizione e rivoluzione 1968-2008 a Palazzo Grassi di Venezia, spostata poi a Chicago all’Institute of Arts. 

 

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