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Così si popolò il Parmense

Così si popolò il Parmense
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 Manuela Catarsi è funzionario e archeologo della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna. E' autrice del saggio "Storia di Parma. Il contributo dell’archeologia" all’interno del volume "Parma romana" (MUP Editore, 2009). Sabato 22 maggio, alle ore 17.30, Catarsi terrà un incontro alla Biblioteca Comunale di Fornovo (Foro 2000) in cui approfondirà il tema del popolamento dell'argomento che la studiosa sviluppa nell'articolo che segue.  

A detta di Livio, la colonia romana di Parma venne fondata nel 183 a.C. in un territorio che era stato dei Celti e prima ancora degli Etruschi. Risulta per noi difficile ricostruire la reale consistenza di questa prima fase insediativa, probabilmente perché le tracce delle costruzioni più antiche, realizzate in legno o altro materiale deperibile, vennero poi cancellate dalle fasi edilizie successive. Probabilmente il popolamento rurale si distribuì, per motivi di sicurezza e di facilità di collegamenti, nelle maglie centuriali più vicine alla città. Poi, col progredire delle opere di bonifica, vennero popolate e messe a coltura le terre della bassa pianura e gli insediamenti si distribuirono lungo gli assi stradali obliqui alla centuriazione e le grandi arterie di comunicazione. 
Le scelte insediamentali caddero sulle zone naturalmente elevate, quali i dossi fluviali e gli alti morfologici spesso già sfruttati nella protostoria dagli insediamenti terramaricoli. Tra i non numerosi insediamenti databili tra la fine del II e il I sec. a.C., si colloca la villa di Roncolungo di Sivizzano (Fornovo Taro, sorta lungo la via transappenninica Parma-Luni) che sembra rispecchiare più fedelmente i canoni insediativi esposti da Varrone (116-27 a.C.) che consigliava di affiancare al puro reddito agricolo, quello derivante da alcune altre attività collaterali quali, ad esempio, allevamenti specializzati (pastio villatica), officine figulinarie o locande per viaggiatori. 
Il ritrovamento di un timbro rettangolare per bollare mattoni recante la scritta TURPIO C(ai) CASSI (servus) ha consentito, fatto del tutto eccezionale per la nostra regione in un periodo così antico, di attribuirne la proprietà alla gens Cassia, una delle più note famiglie romane, che disponeva di grandi proprietà terriere in varie parti della penisola. 
Il territorio della nuova colonia era comunque meno esteso dell’attuale provincia di Parma in quanto confinava a sud col crinale appenninico, a nord col corso del Po - che però scorreva un po' più a sud di quanto non faccia oggi - , ad est con i territori di Brixellum, Tannetum e forse Regium Lepidi e ad ovest con quelli di Fidentia e Veleia, tutti centri dotati di dignità municipale. Il limite orientale era segnato dal corso del fiume Enza, che aveva un corso leggermente diverso dall’attuale, coincidente con l’odierno "paleoalveo di Praticello", e quello occidentale dallo spartiacque tra le vallate di Taro e Baganza e il fiume Taro che all’epoca scorreva nell’alveo oggi ripercorso dal Canale di Castelguelfo. Ne restava pertanto escluso tutto l’areale montano oggi ricompreso nelle alte e medie valli di Taro e Ceno facenti capo al municipio veleiate e quelli della bassa e media pianura ricompresa attualmente tra Taro e Ongina rientranti nell’ager fidentinus. 
Anche se i dati in nostro possesso sono disomogenei è possibile ipotizzare sulla base dei dati desumibili dalla Tabula alimentaria veleiate che anche l’ager parmensis, fosse organizzato in pagi distretti rurali e che all’interno di essi vi fossero fora e vici, vale a dire centri di mercato e villaggi, fundi e praedia, cioè poderi coltivati, saltus, zone boscose adatte al pascolo, agri, grandi tenute, agelli, piccole proprietà, alluviones, zone paludose e populus, strade pubbliche.
Nei pagi montani lo sviluppo del latifondo doveva essere finalizzato all’allevamento del bestiame non disgiunto dallo sfruttamento delle risorse silvicole non solo a fini alimentari, ma anche per la produzione di laterizi e di legname, grandemente impiegato nell’edilizia privata sia nelle campagne che in città. La presenza di enclaves lucchesi in territorio veleiate nei saltus praediaque Berusetis (zona di Berceto) ci rende edotti dell’importanza che doveva avere nell’economia dell’epoca la pastorizia transumante, soprattutto ovina. Particolarmente celebrate dalle fonti antiche erano le pecore dei Campi Macri tradizionalmente collocati nella pianura proprio tra Parma e Modena, la cui fortuna era accresciuta dall’esistenza di un mercato famoso per le transazioni di bestiame, capace di attirare operatori anche residenti a notevole distanza. Un altro centro di mercato importante, era Forum novum (Fornovo Taro) dove sorgeva, anche un tempio oracolare. 
Nella pianura scavi archeologici recenti e indagini di superficie intensive condotte all’interno dell’agro centuriato oltre ad attestare un’organizzazione vicana in alcuni luoghi (es.Gaione, Vicofertile), che saranno sede di prepievi nell’Altomedioevo, dimostrano dappertutto la presenza costante di uno o al massimo due edifici (ville o fattorie) per maglia. In taluni casi si hanno anche indicazioni di produzioni specializzate: figulinarie a Roncopascolo e Parma-Cà Rota, vitivinicole nelle zone collinari di Fornovo, Sala Baganza e Monticelli. Nei complessi di lunga durata, modifiche strutturali sostanziali si registrarono nel corso del II sec. d.C., quando anche nella nostra regione si verificarono accorpamenti di più poderi sotto la medesima proprietà. Alla fine del mondo antico le campagne si spopolarono per problemi di sicurezza e diverranno preda dell’incolto. La situazione venutasi a creare è ben illustrata in una lettera scritta dal vescovo Ambrogio di Milano nella seconda metà del IV sec. d.C., in cui le antiche colonie lungo la via Emilia vengono definite "cadaveri di città semidiroccate" e l’Appennino incolto e abbandonato.
MANUELA CATARSI
 

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