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Padre Paolino, il Vangelo come vita

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La messa in latino che servivo da chierichetto all’oratorio dei Padri Stimmatini di via D’Azeglio iniziava con una invocazione: «Introibo ad altare Dei. Ad Deum qui laetificat juventutem meam». Ripetevo quelle parole e non capivo del tutto il perché    di «juventutem meam», se, oltre a rispondere  noi bambini e giovani,  rispondevano anche i grandi  e gli anziani. Tutto il popolo di Dio, come si dice oggi in epoca postconciliare. Padre Paolino Beltrame Quattrocchi (su di lui esce ora il libro «L’Avventuriero di Dio - Padre Paolino Beltrame Quattrocchi.  Un secolo di fede bruciante» di Rosangela Rastelli Zavattaro. Il volume  verrà presentato sabato  alle  16 nella Biblioteca monumentale del Monastero di San Giovanni Evangelista da Giorgio Torelli, giornalista e  scrittore, da monsignor Sergio Sacchi, già presidente Opera Diocesana San Bernardo, e dall’Autrice, i cui proventi del libro andranno a padre Silvio Turazzi per i  bimbi del Congo) in quegli anni era in San Giovanni, e in tutta la città era diffusa la fama delle sue omelie. E sempre in città, oltre il Ponte di Mezzo, in San Vitale c’era Monsignor Orsi. Due corifei, due  «trombe di Dio» che risuonavano nella città  in quegli anni '50-'60. Monsignor Orsi era di Berceto. Qualche volta andavo a sentire le sue prediche e la sua voce baritonale sotto le volte  di San Vitale. Ho conosciuto Padre Paolino di persona solo molti anni più tardi, quando già  da tempo era nella Trappa romana. L’ho conosciuto a Misurina. Nell’incanto di Misurina. A Misurina, dall’inizio degli anni '50, c’era la colonia  dove centinaia di bambini e ragazzi di Parma hanno passato mesi e anni per respirare quell’aria fina e per irrobustire il fisico negli anni della ricostruzione  e di ancora tanti sacrifici per le famiglie italiane e parmigiane. Appena avuta la specialità  in Pediatria, ho cominciato, nei mesi estivi,   a fare il medico dei bambini  alla colonia di Misurina, che ospitava allora fino a 350 bambini e ragazzi, quasi tutti di Parma e provincia.  Solo diversi anni dopo, per l’intuizione di due straordinari medici parmigiani, il dottor  Luigi Cavatorti e il dottor Francesco Rinaldi, la colonia diventerà  un centro per la cura dell’asma infantile famoso in tutta Europa. Ho imparato in quegli anni la storia del grande edificio che ospitava tutti quei bambini e ragazzi. Era stato il Grand Hotel Savoia costruito  sulle sponde del Lago di  Misurina, tra le Tre Cime e il Sorapiss, i Cadini e il Cristallo. In una delle posizioni più  spettacolari dell’arco alpino. Aveva ospitato reali e personaggi illustri, la Regina Margherita dopo l’attentato a Umberto I a Monza nel 1900, Carducci e tanti altri personaggi della storia del secolo scorso. Quando nel 1945 Padre Paolino, passando lungo la strada che da Cortina sale al Passo Tre Croci, costeggia il Lago di Misurina e scende poi  verso Dobbiaco, vide il cartello «In vendita», pensò a tutti i bambini  orfani, affamati, ammalati o a rischio di Tbc della provincia di Parma. Corse dal suo amico Pietro Barilla, poi dal Vescovo Colli e in poco tempo il Grand Hotel fu di  proprietà della Diocesi di Parma. Padre Paolino e i suoi volontari della Scuola del Servizio sociale ne curarono in seguito la gestione. Come in tante altre occasioni, l’amicizia che legava Padre Paolino a Pietro Barilla era risultata decisiva: «No, Paolino, non ringraziarmi. In fondo sono io che devo ringraziare te. Per me questo è uno dei più grandi motivi di gioia: quello di dare dove so che c’è bisogno. Non ho mai capito perché tanti miei colleghi non lo comprendono privandosi di una gioia immensa!». Queste sono solo poche righe di una lunga lettera del 13 settembre 1998  che Padre Paolino scriveva ai figli di Pietro Barilla ricordando le parole del loro padre dopo la sua morte. Una lettera inedita e bellissima che Rosangela Rastelli ha ottenuto di poter inserire nel suo volume. A Misurina si tramandano nel tempo, quasi da una generazione all’altra, i racconti dei  volontari circa le  opere di assistenza e carità che Padre Paolino aveva realizzato  nel tempo.  Rosangela Rastelli, editorialista e scrittrice, apprezzata e molto amata dai lettori di Parma, e ben  oltre i confini provinciali (il suo volume sul fratello Gian  «Un cardiochirurgo con la passione per l’uomo» ha raggiunto la quarta edizione) ne «L’Avventuriero di Dio»,  con il suo stile personale inconfondibile, fatto di leggerezza e ironia ed estro   nel proporre definizioni e immagini sempre nuove, descrive le opere  realizzate da  questo «imprenditore di Dio»,  vulcano di idee e di imprese feconde.   Ma, prima ancora, Rosangela Rastelli ripercorre le tappe della   vita straordinaria di questo avventuriero di Dio:  l’infanzia in una famiglia con quattro figli, di cui tre hanno preso i voti religiosi; i genitori Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi, che verranno proclamati beati da Papa Wojtyla in San Pietro il 21 ottobre 2001 e saranno la prima coppia di sposi nella storia della chiesa elevata agli onori dell’altare («un’aureola per due!»).  Ecco poi l'ordinazione a monaco benedettino nella chiesa di San Giovanni a Parma nel 1928, dove rimarrà per 34 anni; l’arrivo della cartolina  precetto e il ruolo di cappellano della Guardia di Frontiera; la nomina a cappellano delle carceri e, durante i bombardamenti a Parma, il problema del trasferimento dei detenuti. Padre Paolino «riuscì a trasferire 24 detenute, molte prostitute, tutte figlie di Dio, e a sistemarle presso l’asilo delle ignare Suore di Torrechiara».  Vengono poi raccontati i rapporti con il movimento partigiano parmense e la missione a lui affidata dal generale Raffaele Cadorna di passare le linee del fronte e consegnare a Bonomi, De Gasperi e Togliatti  documenti e messaggi segreti.  «Missione compiuta»  che gli valse una medaglia d’argento al valor militare. Ed ecco la liberazione e il 25 Aprile,  con il suo famoso discorso  in Piazza Garibaldi, in cui esclamava,  all’unisono con il prefetto Arta: «Giustizia estrema, ma non vendetta». Un periodo che  Padre Paolino ha rievocato a distanza di 40 anni, ancora in San Giovanni: «Un momento storico unico in cui gli opposti si incontrano nel nome di un ideale di pace, giustizia  e libertà e dove i cattolici e la chiesa di Parma fecero da baluardo alle vendette, alle rappresaglie e all’odio». Periodo post-bellico e opere assistenziali: racconta Rosangela Rastelli   che «i locali della Pontificia erano il luogo di incontro di ogni genere di persone, dal più ricco al più bisognoso, dal più santo al più peccatore. Nessuno se ne andava a mani o il cuore vuoti, ma con chili di pane e quintali di speranza. Per molti di loro fu l’incontro con l’amore di Dio, talvolta l’incontro decisivo per la loro vita». Lo scoutismo, come vocazione nella vocazione.  Infine la trappa e la decisione di lasciare San Giovanni giunta all’apice di un attivismo senza sosta, senza nessuna concessione al riposo, a se stesso: «La mia trappa sul piano naturale è un assurdo. Sul piano della grazia è l’estrema logica».  La trappa con i suoi ritmi e le sue regole che tuttavia Padre Paolino in certe occasioni sapeva infrangere perché  «l’uomo viene prima del sabato». Come quando veniva a sapere  che qualcuno dei suoi scout  o guide lo chiamava da una corsia d’ospedale, o da un letto di malattia terminale. Infine la sua attività di postulatore di cause di beatificazione: «Diogene alla ricerca del Santo». Ricerca per la postulazione che lo ha portato in lunghi viaggi in Cina, Nigeria, per il mondo. La memoria delle tante opere di carità lasciate da Padre Paolino alla nostra città è rimasta in tanti parmigiani, e nel maggio 2002 l’associazione  monsignor Rossolini  ha assegnato il premio Don Rossolini a Padre Paolino Beltrami Quattrocchi  con la motivazione  «Benemerito per la città di Parma, per la Resistenza Partigiana nel 1944-45 e per le tante opere di carità  di cui ancor oggi molti parmigiani beneficiano». Quando l’ho incontrato a Misurina alcuni anni fa,  Padre Paolino era un po’ curvo e fragile sotto il peso degli anni. Gli occhi erano ancora acuti e penetranti, «gli occhi di  un curioso del mondo, dell’umano  e del soprannaturale». Il sorriso fanciullesco illuminava tutta la persona. La sua figura   mi ha ricordato le parole tante volte ripetute:  «At Deum qui laedificat juventutem meam!». Padre Paolino era un giovane autentico, aveva vissuto tutta la sua vita da giovane. Indagatore, ricercatore, astuto come il  serpente, ma candido come le colombe. Il segreto della sua vita e della sua «juventutem» era stato scoprire fin da giovane , come spesso ripeteva, che «la vita vale solo nella misura in cui riesce ad essere servizio per gli altri!». Che è  poi il motto degli scout e  delle guide.  Padre Paolino, con la sua esistenza, lo  ha indicato a generazioni di giovani di Parma. E continua tuttora a indicarlo con la  sua memoria.

L'Avventuriero di Dio
Ed. Pro Sanctitate, pag. 170, 12,00
 

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