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Rubens, la grandiosità

Rubens, la grandiosità
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di Pier Paolo Mendogni
 
 
 Pieter Paul Rubens è sbarcato a Como nelle prestigiose sale della settecentesca Villa Olmo che ospita (fino al 25 luglio - catalogo Silvana Editoriale) questa sorprendente mostra dedicata a «Rubens e i fiamminghi», curata da Sergio Gaddi e da Renate Trnek, la direttrice della Gemaldegalerie dell’Accademia di Belle Arti di Vienna da cui proviene la maggior parte delle opere del maestro fiammingo, uno dei più straordinari interpreti del barocco europeo del quale vengono esposte ben venticinque tele, affiancate da altre quaranta di artisti della sua cerchia tra cui Van Dyck, Jordaens, Cornelis de Vos, David Teniers il giovane. Se c'è un artista che può impersonare il barocco nella sua grandiosità, nella sua sensualità naturalistica, questi è Rubens (1577-1640) esplosivo e rigoglioso com'è di carne e di vita, di accensioni spirituali e materiali rese con quella «furia del pennello» che ha appreso durante il suo soggiorno in Italia tra il 1600 e il 1608 e di cui qui abbiamo ragguardevoli esempi, iniziando dalle due tele preparatorie - eccitate di luci, di carni, di celesti sgambettii - di quei capolavori che sono la «Circoncisione di Cristo», eseguita nel 1605 per la nuova chiesa dei gesuiti genovesi, e la «Vergine in gloria adorata dagli angeli» (1608) dipinta per gli oratoriani di Santa Maria in Vallicella a Roma. Splendido per la ingenua espressione infantile e per la minuziosa, calligrafica riproduzione dei pizzi, dei gioielli (tra cui un «baboino di diaspro legato in argento adorato con reporti d’oro et gioie») e degli abiti con ricche bordure, il «Ritratto di Eleonora Gonzaga all’età di due anni», eseguito nel 1601 durante il soggiorno a Mantova. All’esperienza italiana, e soprattutto veneziana, si rifà il «Giudizio di Paride» immerso in un’atmosfera di vaporosa sensualità che avvolge i bianchi corpi nudi delle dee. E la sensualità si fa fiamma rovente nel robusto abbraccio rapinoso dell’alato Borea, signore dei venti del Nord, alla amata bionda Orizia, figlia del re di Atene Eretteo, portata in cielo nell’ondeggiamento fluttuante del rosso mantello tra putti che giocano con le palle di neve. Anche la forza dell’amore, però, ammonisce Rubens, si spegne se manca la passione. Ed ecco, sotto un cespuglio di rose, Venere pensosa che tenta di scaldarsi al fuocherello acceso dall’intraprendente Eros: «Sine Cerere et Bacco friget Venus», senza cibo e bevanda (in senso allegorico) non nasce l’amore. Se qui è il brano di paesaggio boscoso che sottolinea con squisita sensibilità lo stato d’animo della dea, nel «Baccanale» (eseguito con l’aiuto della bottega) l’atmosfera di questo eccesso di carnale esuberanza è rimarcato dalla opulente luccicante distesa di calici e vasellame in vetro, oro, argento; ma c'è pure una morale: la maschera sul capo della giovane menade che spreme l’uva nella coppa di Bacco simboleggia la doppia natura dell’uomo, la razionalità e l’istinto. Quando Rubens è tornato ad Anversa, dopo l’esperienza italiana,  è stato incaricato di decorare la cattedrale cittadina, dove realizzava una serie di quadri definiti da Federico Zeri «il suo capolavoro assoluto». Purtroppo nel 1718 la chiesa dei gesuiti veniva devastata da un incendio; del suo interno ci è rimasta una significativa immagine, esposta in mostra, realizza da Anton Ghering così come fortunatamente abbiamo ancora i bozzetti preparatori a olio di altissima qualità. Ester davanti ad Assuero brilla accesa di una luce interiore che la esalta nella prefigurazione di Maria incoronata regina del Cielo. Una baluginante luce notturna sottolinea con tenerezza la spontaneità dell’Adorazione dei realistici pastori al Bimbo neonato. Stupefacente l’Ascensione di Cristo che, avvolto in uno spumeggiante mantello rosso, squarcia l’oscurità delle tenebre in uno sfolgorio luminoso. Ben diversa è l’Assunzione della Vergine di Van Dyck giocata sull'incanto della levitazione leggera di Maria accompagnata dalla gestualità accorata degli apostoli immersi in una dimensione di rarefatta spiritualità. La sua eccelsa bravura di ritrattista risalta già nell’autoritratto di quindicenne dal volto roseo e dallo sguardo curioso e penetrante; la confermano poi l’altero generale dalla luccicante e raffinata corazza e il duca e la duchessa di Arundel indossanti abiti principeschi guarniti d’ermellino. Prima di giungere ai famosissimi protagonisti, la mostre offre una panoramica degli artisti della prima metà del Seicento particolarmente impegnati nella rappresentazione della natura e del paesaggio come il «bucolico» Jan Wildens, il realista Joos de Momper e il «cronista» Peter Snayers che descrive il saccheggio di un villaggio. L’ultima parte della rassegna, invece, è dedicata alla natura morta con alcuni eccezionali interpreti quali Jan Fyt con i festosi e rigogliosi cesti di frutta e scimmiette, i regali pavoni di Melchior d’Hondecoeter, le sontuose parate di ostriche, prosciutto, uva e meloni tra lussuosi e luccicanti oggetti di Jan Davidsz de Heem, gli strumenti musicali, tappeti, mappamondo e preziosissimi piatti sbalzati di Peter Bol: tutto all’insegna della rarità più stupefacente.
 
 
 

 

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