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Leopardi trionfa in inglese

Leopardi trionfa in inglese
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Selva di enigmi, testo infinito e frammentario che sfugge ad ogni classificazione, pulsante di passione e insieme di razionalità, è lo «Zibaldone», il manoscritto al quale Leopardi affidò in segreto tutto ciò che gli appariva degno di memoria, fossero letture, meditazioni, ricordi. Questo enorme scartafaccio, scritto quasi sempre a Recanati e che sempre Leopardi porterà dovunque con sé, copre circa sedici anni, dall’estate del 1817 al 4 dicembre 1832, giorno in cui vergò l’ultima parola a pagina 4.526. In soli due anni, il 1821 e il 1823, furono scritte 3.157 pagine, due terzi del totale. «All’avvio lentissimo e incerto è seguita un’accelerazione bruciante, che poi si è andata esaurendo lentamente per altri lunghi dieci anni», scrivono, presentando il loro saggio «Leopardi: guida allo Zibaldone», Franco D’Intino, che ha fondato e dirige il Leopardi Centre a Birmingham e il Laboratorio Leopardi alla Sapienza di Roma, e Luca Maccioni, dottorando alla Sapienza di Roma, studioso delle fonti del Recanatese. (Carocci editore, pag 143, euro 12,00). Il manoscritto viene esplorato secondo tempi e luoghi di progettazione, modelli antichi e moderni, forme di indicizzazione e di organizzazione della prosa. Lo «Zibaldone» segna l’atto di morte per l’idea classica di opera, e un atto di nascita per la tendenza che sarà dominante nella modernità: si pensi solo a Nietzsche, Warburg, Valéry, Wittgenstein, Gramsci, Benjamin e all'insigne docente del liceo Romagnosi Emilio Taverna.
Dottor Maccioni. perché definisce «scrittura reticolare» lo «Zibaldone»?
A partire dal 1820 Leopardi si impegna a letteralmente «costruire» e organizzare il proprio labirintico diario lasciando sulle sue pagine fitte tracce dell’operazione: la data di composizione dei brani e una serie di rimandi interni da una pagina all’altra. Navigando nel labirinto con l’aiuto di queste bussole, il lettore può rendersi conto di come l’autore del diario prendesse spesso spunto, per le sue riflessioni, da brani già scritti e messi così in connessione trasversale. Al contempo, può seguire assieme a lui la traiettoria non lineare di un pensiero mobile che lo sbalza da una pagina all’altra, interrompendo la lettura lineare, un pensiero che cattura in questa «rete» i rapporti tra cose distantissime tra loro. Era, quest’ultimo, un principio cardine della gnoseologia settecentesca.
Professor D’Intino, nello Zibaldone il poeta per eccellenza è Omero. Perché?
Omero è il primo e il più grande poeta perché ha uno sguardo vergine, integro, sul mondo. Proprio perché non è consapevole del suo gesto poetico, Omero «dice» le cose come sono, e ne riesce a cogliere sia la vera essenza, sia l’aspetto «sentimentale», cioè quella coloritura che ci commuove, lasciando nel lettore una profonda vibrazione. Ma si tratta di un «sentimentale» non riflesso, non consapevole, che scaturisce, per così dire, dalla visione immediate delle cose. Questa considerazione di Omero non verrà mai meno nello Zibaldone , ma a partire dal 1828 Leopardi approfondì e arricchì la sua idea di Omero quando venne in contatto con gli studi di Wolf e di Vico, e cioè con le prime interpretazioni di Omero quale poeta di una fase arcaica della storia umana. Una fase in cui non si è ancora stabilizzata la scrittura, e in cui dunque la poesia è ancora «voce». È solo allora, dopo il 1828, che Leopardi mise a fuoco con precisione un tema che attraversa gran parte delle riflessioni zibaldoniane: come le lingue rappresentino le tracce viventi di quel processo antropologico che ha portato l’uomo ad allontanarsi dalla natura e a sviluppare quella coscienza di sé che lo infelicità. Una svolta avviene, poeticamente, con Virgilio, che è il primo grande poeta «sentimentale» in senso schilleriano, riflessivo, e dunque «moderno».
Perché le riflessioni leopardiane sui fanciulli precorrono l’epistemologia genetica di Piaget e della scuola di Neuchâtel?
Leopardi è uno dei primi intellettuali moderni a vedere la mente del bambino come una struttura affatto diversa da quella della mente adulta. A studiare il modo in cui i fanciulli percepiscono il mondo. E a dedurne cose importanti sull’andamento generale della civilizzazione. In sostanza, per Leopardi filogenesi e ontogenesi coincidono; ovvero: lo sviluppo del bambino rispecchia lo sviluppo di tutto il genere umano. Di qui una osservazione attentissima dei comportamenti infantili, innanzitutto i suoi, e poi quelli dei suoi fratellini. Anche in Rousseau c’era stata una grande attenzione per la percezione infantile; ma in Leopardi l’interesse diventa più specificamente gnoseologico.
Quale è la fortuna di Leopardi nel mondo anglo-sassone?
Leopardi ha avuto nell’Ottocento e agli inizi del Novecento una certa notorietà tra gli intellettuali di lingua inglese. William Gladstone ha scritto un lungo saggio su di lui. Melville ne fece un personaggio, Beckett lo amava. Poi c’è stato un lungo oblio, dovuto da un lato alla incapacità della cultura italiana di collocare Leopardi all’interno delle grandi tendenze culturali della modernità, dall’altro alla mancanza di traduzioni di qualità, soprattutto dello Zibaldone. Di recente però le cose sono cambiate in modo radicale. Nel 2011 è uscita una nuova traduzione dei «Canti» di Jonathan Galassi. Nel 2013 è uscita, in contemporanea in Inghilterra e negli Stati Uniti, per due prestigiosi editori, la prima traduzione integrale in inglese dello Zibaldone, che ho curato insieme al collega Michael Caesar. Entrambe queste imprese hanno avuto una forte risonanza. I «Canti» sono diventati negli Stati Uniti uno dei libri dell’anno, un vero best-seller. Lo Zibaldone è stato recensito dai più importanti quotidiani e da prestigiosissime riviste sia in Inghilterra che negli Stati Uniti; se ne è stampata una seconda edizione corretta già nel 2015, e continua a vendere (anche come e-book) in tutti i paesi in cui si legge l’inglese. Ci sono state affollatissime presentazioni a Londra, New York, Chicago, San Francisco, Toronto, New Delhi, ma anche a Oslo, Zurigo, Stoccolma.
Leopardi: guida allo Zibaldone
di Franco D'Intino e Luca Maccioni
Carocci, pag. 143,12,00

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