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Tutto il piombo di quegli anni

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 di Christian Stocchi
Il volume «Caduti e memoria nella lotta politica. Le morti violente della stagione dei movimenti» costituisce la seconda pubblicazione relativa al Premio «Ferruccio Micheli»  e viene realizzata con il contributo della Associazione Studi e Ricerche Storiche d’Italia. Il premio è dedicato alla memoria del dottor Ferruccio Micheli, nipote di Giuseppe Micheli, notaio e operatore del diritto, socio della Deputazione di Storia Patria per le province parmensi di Parma, cultore e mecenate delle memorie patrie, prematuramente scomparso. E' assegnato ogni due anni dall’Associazione Studi e Ricerche Storiche d’Italia, con sede a Parma, all’autore di una tesi di laurea, di dottorato o di una ricerca inedita sulla Storia d’Italia, dall’Unità a oggi. Il libro, pubblicato da Franco Angeli editore, è inserito nella collana del Dipartimento di Studi Politici e Sociali dell’Università di Parma intitolata «Cittadinanza, politica, società, storia»: l’opera si colloca nella sezione «storia».
La stagione dei movimenti è stata indagata sotto molti punti di vista, attraverso una pubblicistica tanto abbondante quanto eterogenea per temi, valore e profondità. Esistono tuttavia diverse questioni ancora poco esplorate, che appaiono meritevoli di essere studiate e raccontate con rigore, perché possono dirci molto di quegli anni dal 1968 al 1977 che hanno inciso profondamente sulla nostra coscienza collettiva. Uno di questi argomenti - i morti e la loro memoria - è approfondito da Pierluigi Zavaroni, attraverso una ricerca dapprima elaborata come tesi di laurea e quindi confluita in un volume pubblicato da Franco Angeli, dopo che il lavoro ha vinto l’edizione 2007 del premio dedicato alla memoria di Ferruccio Micheli. In «Caduti e memoria nella lotta politica. Le morti violente della stagione dei movimenti», troviamo un articolato excursus su temi non semplici da affrontare, perché - nota l’autore - si sconta una certa «carenza di testi che affrontino il problema della morte nella nostra epoca» e pochi volumi si concentrano «sulle specificità presenti nel culto dei morti delle classi subalterne».  Il punto di partenza è il 1966, perché proprio da un funerale di quell'anno, secondo alcuni, prese le mosse il Sessantotto italiano. Si tratta della morte dello studente Paolo Rossi, avvenuta a Roma il 26 aprile durante le elezioni del parlamentino studentesco. Il giovane, socialista, morì cadendo dalle scale, in circostanza mai del tutto chiarite, durante un assalto portato da un gruppo neofascista al seggio elettorale della facoltà di Lettere. Seguirono occupazioni e reazioni molto forti: qualcosa stava cambiando. Si stava entrando in anni assai caldi: e il simbolo di quelle morti legate alla militanza politica fu senz'altro quella dell’anarchico Giuseppe Pinelli, che perse la vita cadendo dalla finestra della questura di Milano il 15 dicembre 1969. Si registrarono prese di posizione molto dure da parte dei giornali della sinistra e fu elaborata una sorta di mitologia di Pinelli, fatta anche di film, testi teatrali e canzoni (elementi ricorrenti, questi, nel culto della memoria diffuso in quegli anni). «La sua morte - annota Zavaroni - ebbe una funzione mobilitante» contro lo Stato borghese e le sue istituzioni. L’analisi si appunta quindi sui disordini di Reggio Calabria e sulle morti di Labate e Campanella. Fu di notevole portata, soprattutto per l’impatto sull'opinione pubblica, il caso di Giuseppe Malacaria, militante Psi di Catanzaro, che venne ucciso non in scontri con la polizia, come era successo in precedenza, ma dai neofascisti. Anche Parma non venne risparmiata dal sangue: nel 1972 Mariano Lupo venne ucciso da un gruppo di militanti fascisti in viale Tanara. Nel ricordare quel tragico evento fu ricorrente il riferimento alla memoria delle Barricate di Parma. Non solo: Lupo venne descritto come un nuovo partigiano. L’autore prosegue la sua indagine, anno per anno, fino al 1980, quando Valerio Verbano fu ucciso a Roma in circostanze mai pienamente accertate. In queste pagine, emerge spesso l’idea che il caduto possa diventare un simbolo destinato a durare nel tempo, in grado di incidere attraverso la sua rappresentazione eroica sulla memoria collettiva.   Se quegli anni sono ricordati soprattutto dal punto di vista della sinistra, che fu protagonista attraverso la sua galassia di associazioni e movimenti, non vanno dimenticate nemmeno le morti su altri fronti, a partire da quella di Antonio Annarumma, agente di polizia ucciso a Milano nel novembre 1969, nell’ambito di scontri di piazza. La reazione delle forze dell’ordine fu forte; persino i funerali furono disturbati (i militanti di sinistra, che volevano sottolineare la loro estraneità ai fatti, furono affrontati da quelli di destra). I caduti negli scontri furono numerosi fino al 1977, quando morì il vicebrigadiere Antonio Custrà. Altri caddero a causa del terrorismo: in questo caso la paternità degli assassini veniva rivendicata, mentre, nel caso degli scontri di piazza, i gruppi coinvolti tendevano a sottolineare la loro estraneità. Non solo le forze dell’ordine, tuttavia, pagarono il loro tributo di sangue, ma anche i militanti di destra: l’assassinio più noto è forse quello dei fratelli Mattei. Anche in questo caso la memoria (costruita dalla fazione a cui appartenevano i caduti) tese a rappresentare in modo eroico i morti; proprio come sul fronte della sinistra, non mancarono canzoni, come «Primavalle» di Lorani. Come si può constatare, le «liturgie» della commemorazione, pur cambiando nelle loro forme, secondo tempi e circostanze, fanno emergere tuttavia una costante: il militante caduto, come era accaduto in precedenza, ad esempio sotto il fascismo, non muore fino in fondo, anzi diventa un simbolo che vive tra amici e compagni. Proprio in quest’ottica, non è tanto importante la tomba, quanto piuttosto il punto dove l’«eroe» trova la morte. Proprio lì, in un luogo dotato di una dimensione pubblica, si costruisce la memoria: non solo di una parte. Di tutti.

Caduti e  memoria nella lotta politica

Franco Angeli, pag. 192, 22,00

 

 

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