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I primi soldi arrivarono dall'estero

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Ubaldo Delsante
Le Casse di Risparmio sono figlie della rivoluzione industriale: nacquero allo scopo di venire incontro alle esigenze sia dei privati che delle nascenti società industriali e commerciali. Le prime Casse di Risparmio, in Italia, vennero fondate nel Regno di Sardegna (Piemonte e Liguria) e nel Lombardo Veneto, nella prima metà dell’Ottocento. A Parma in primo tentativo venne effettuato negli anni Venti da Luigi Mussi, direttore della Tipografia Ducale già di Bodoni, ma la sua proposta al governo di Maria Luigia, dopo aver trovato un atteggiamento preliminarmente favorevole del ministro Neipperg, incontrò l’ostilità di altri esponenti della corte, in particolare del banchiere privato Gaetano Testa, e quindi non ebbe esito. L’idea venne ripresa qualche decennio dopo, al tempo dei secondi Borbone, da alcuni uomini dello stesso governo ducale come Antonio Lombardini, Pietro Torrigiani e Giuseppe Osenga, insigni economisti e matematici.
L’iniziativa era giunta ormai a compimento quando nel 1859 cadde il governo di Luisa Maria di Borbone in seguito agli avvenimenti risorgimentali, ma i nuovi leader che governavano il Parmense in attesa dell’annessione al Regno di Sardegna, consapevoli della sua utilità, lasciarono che le cose facessero il loro corso fino all’effettiva inaugurazione della Cassa di Risparmio di Parma (inizialmente chiamata Cassa di Risparmi Parmense) il 19 agosto 1860, centocinquant'anni fa.
All’epoca, in nessuna città del Ducato esistevano banche degne di questo nome. C'erano soltanto prestatori privati, banchieri di nome e usurai di fatto, che erogavano prestiti personali, garantiti da fideiussioni e ipoteche, specie in occasione di divisioni ereditarie quando uno degli eredi voleva liquidare gli altri e tenere per sé gli immobili, oppure prestiti chirografari ai commercianti quando volevano incrementare i magazzini, gli animali da lavoro e i carriaggi, agli artigiani che intendevano migliorare il loro laboratorio, ai contadini - quasi sempre i più vessati dall’usura - che ricorrevano al cosiddetto credito d’esercizio, cioè si indebitavano in primavera per acquistare le sementi o il bestiame e saldavano il debito, quando ci riuscivano, in autunno, dopo il sempre incerto raccolto. In pratica questi prestatori/usurai si impossessavano, senza alcuna fatica, dei frutti del lavoro altrui.
 Non c'era neppure, a Parma che era la capitale, una Banca di Stato, tanto che spesso la riscossione delle imposte era data in appalto a privati ed alle spese provvedevano i vari uffici pubblici attraverso un semplice ufficio cassa. Erano le lobby dei banchieri privati e degli appaltatori delle imposte che avevano voce in capitolo presso la Corte a impedire il sorgere di casse di risparmio e banche popolari, oltre che della stessa Banca di Stato. Ma già negli ultimi anni del Ducato, le cose cominciavano a cambiare. Lo stesso barone Thomas Ward, l’uomo di fiducia che il duca Carlo Lodovico di Borbone (Carlo II) si era portato da Lucca e che era rimasto a Parma anche col figlio Carlo III, consapevole che l’economia del territorio era soffocata dalla mancanza di un agile e moderno istituto di credito posto sotto il controllo pubblico e dunque al riparo da deviazioni di tipo usuraio, ne consigliò l’apertura, ma l’uccisione di Carlo III e la conseguente fuga del barone avevano reso inattuabile quel progetto, che comunque venne portato avanti con altri scopi e altri protagonisti.
Il primo sportello della Cassa di Risparmi Parmense era collocato in locali d’affitto del palazzo Tarasconi Smeraldi in via dei Genovesi (oggi via Farini), in angolo con strada al Ponte Caprazucca. Al tavolo dove veniva ricevuto il pubblico sedevano gli stessi amministratori dell’istituto, che era, secondo la legislazione dell’epoca, un’opera pia al pari del Monte di Pietà, degli ospedali e delle congregazioni religiose, tutti soggetti alle disposizioni del Ministero degli Interni.Presidente era, in base al primo statuto, il sindaco di Parma, all’epoca il nobile Luigi Sanvitale del ramo di Fontanellato.
 Il Comitato amministrativo, era composto da rappresentanti del Comune, del Monte di Pietà, della Camera di Commercio e del Governo. La struttura era ridotta al minimo e veniva incrementata lentamente man mano che l’iniziativa prendeva piede. Al momento dell’apertura al pubblico, facevano parte del Comitato, oltre al presidente, i direttori Antonio Gabbi, dott. Giuseppe Osenga e prof. Vincenzo Pelagatti, gli ispettori prof. Salvatore Riva, mons. Giovanni Carletti e dott. Ernesto Battilani, i supplenti ai direttori dott. Carlo Rognoni (sì, proprio lui, l’agronomo), dott. Faustino Pellegri e dott. Gaetano Rizzardi. Il fondo di dotazione della Cassa di Risparmi Parmense, quello che doveva servire come base di partenza, arrivò dalla esemplare iniziativa edilizia di Via della Salute promossa da Luisa Maria di Borbone e realizzato negli anni successivi alla sua partenza da Parma su progetto dell’architetto Gaetano Castelli: una delle case realizzate sarebbe stata finanziata dall’erario e, una volta posta in vendita, il ricavato sarebbe divenuto il fondo di dotazione per la erigenda Cassa.
Allo scopo di incentivare gli investimenti per la realizzazione delle altre case previste nel piano di fabbricazione - una specie di piano regolatore, parziale e su scala di quartiere, ma moderno come concezione urbanistica - venne stabilito che ad ogni costruttore privato, a spese proprie, di una casa lungo la nuova strada, fosse conferito il titolo di benemerito del principe e dello Stato e data una medaglia d’oro. Fu così che alcuni benestanti stranieri donarono diverse somme per la costruzione delle case di via della Salute, cedendone contemporaneamente, ad imitazione del Governo, la proprietà ad una erigenda Cassa di Risparmio, incrementandone in tal modo il fondo di dotazione, che, al termine dell’operazione venne stimato prudenzialmente in lire 40.000. Importo rimasto nel bilancio della odierna Fondazione Cariparma, che è quindi l’erede della Cassa di Risparmio fondata 150 anni fa. Una volta terminate, le case di Via della Salute venivano man mano consegnate dall’amministrazione demaniale alla Cassa: la prima il 3 maggio 1860, l’ultima il 13 maggio 1862. Ma chi erano i donatori che, in cambio di una onorificenza puramente nominale avevano accettato di sborsare cospicue somme? C'era un certo Enea Bandini di Firenze, che offrì 8 mila lire; poi Amadeo Béhague di Strasburgo, che si appuntava sul petto l’ulteriore medaglia di Conte parmense accanto a quella ben più importante che già possedeva, visto che era ufficiale della Légion d’Onore, al prezzo di  56 mila lire; due parigini, Emilio Gedeone Symon e Giuseppe Luigi Gaigneron di Saintes, che sborsavano rispettivamente 24 mila e 33 mila lire diventando Barone e Conte parmensi; di 33 mila lire era infine la cifra messa a disposizione dal principe Nicola Youssoupoff di Pietroburgo, che fu nominato commendatore dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio.
 Non è, invece, rimasta notizia dell’onorificenza concessa al fiorentino Enea Bandini. Successivamente si unirono l’ex duca Carlo Lodivico con quasi 20 mila lire e un parmigiano, Lodovico Laurent (che risulta, oltre che magistrato e patriota, un prestatore di denaro e appaltatore di imposte, forse un usuraio pentito, dunque) per altre 10 mila lire. Anche Giuseppe Osenga, primo giudice della R. Camera dè Conti e principale promotore della Cassa di Risparmi, acquistò due azioni da 100 lire per l’erezione di una casa.Successivamente all’approvazione dello Statuto da parte del Comune il 20 gennaio 1859 e alla istituzione ufficiale della Cassa il 6 dicembre 1859 con decreto di Carlo Farini, dittatore dell’Emilia, all’indomani del plebiscito di annessione del ducato al Regno d’Italia, si riunì il primo Comitato amministrativo della Cassa, che optò per una autonomia gestionale ed amministrativa del nascente Istituto, anche rispetto al Monte di Pietà.
Nella propria attività istituzionale, la Cassa di Risparmi, nei suoi primi decenni di vita, quelli di fine Ottocento, quando Parma dovette rinunciare ai vantaggi della Corte ducale e impegnarsi su di un mercato non più locale ma nazionale, si dedicò alla raccolta dei fondi puntando sulla diffusione anche a fini etici del risparmio popolare, a differenza dei dirigenti del morente Ducato che invece avevano fatto leva su pochi ma consistenti apporti di denaro da parte di singoli mecenati. Per quanto riguarda gli impieghi, la Cassa sostenne i lavori pubblici, specie quelli che agevolavano la mobilità delle persone e delle merci, come la costruzione di ponti e strade e l’installazione di linee tranviarie a vapore che solcavano capillarmente la provincia e avvicinavano la città ai luoghi produttivi del pedecolle e della Bassa. Aiutò con decisione e in via esclusiva il Consorzio agrario e la Cattedra ambulante di agricoltura, che furono a lungo ospitati addirittura negli stessi locali della banca, quindi il credito agrario attraverso le Casse rurali e infine la nascita delle imprese industriali, specialmente quelle del comparto agro-alimentare, gettando così le basi per il futuro sviluppo che tuttora connota l’economia del Parmense.
 

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