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Controcorrente, tutti gli «ismi» di Langone

Camillo Langone

Camillo Langone

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Per gentile concessione dell'editore pubblichiamo il capitolo «Sul moralismo».

La fissazione per il sesso non è animalesca, anzi è eminentemente umana» diceva don Michele, protagonista di un romanzo di Antonio Socci. «La natura ha dei ritmi e delle regole che vediamo nella vita sessuale degli animali. Invece il desiderio sessuale dell'uomo non è legato a ritmi e meccanismi naturali. Come dicono sempre i sessuologi, è di natura mentale». Sembrava che i moderni terapeuti, dai e dai, fossero arrivati alle medesime conclusioni di sant'Agostino e san Tommaso. «E' la nostra anima» continuava il sacerdote, «che desiderando Dio, il Sommo Piacere, straripa di un desiderio infinito. Il corpo arranca per starle dietro ma ha a sua disposizione solo effimeri e limitati piaceri carnali e quindi insegue l'estasi impossibile moltiplicando le fantasie, i partner e la ripetizione ossessiva di quei piaceri. Proprio l'ossessione per il sesso mostra che l'uomo ha un anima». Avrei voluto che molti leggessero «I giorni della tempesta» e non solo perché indicava una strada per salvare la Chiesa dal Vaticano: anche perché indicava una strada per salvare l'erotomania dall'ateismo.

Il presidente della Regione Abruzzo, Gianni Ghiodi, leggevo sul «Giornale», non si faceva rimborsare due terzi dei pranzi a cui aveva diritto, si faceva carico dei biglietti aerei della moglie che lo accompagnava nei viaggi istituzionali, aveva rifiutato il telefonino di servizio e quindi si pagava tutte le telefonate, comprese quelle agli assessori: e veniva crocifisso per avere dormito in albergo, una notte a Roma, non da solo né con la moglie ma in altra compagnia. Quattro ministri tedeschi, leggevo sul «Corriere», dormivano nei rispettivi ministeri in alloggi di fortuna, la ministra della Difesa addirittura in corridoio perché non c'era altro posto, e neppure questo andava bene, dormire in branda all'interno di un edificio pubblico sembrava a qualcuno un approfittarsi del proprio ruolo. Tutto ciò era insano. Entrare in politica non poteva equivalere a entrare nella trappa. In clausura entrava solo chi sacrificava tutto a Dio, e aveva un senso, mentre era folle e idolatrico pensar che in politica si potesse entrare solo sacrificando tutto alla politica. Certi incarichi sembravano ormai esclusiva di chi intendeva martellare il mondo con l'ambizione smisurata caratteristica di chi nel potere aveva investito smisuratamente. Pensai che si sarebbe dovuto concedere uno spazio, un diritto di tribuna, per chi invece l'ambizione ce l'aveva misurata, magari perché conservava una vita privata, un interesse esterno, un'amante, un'anima.

Non potevano dirsi crociani eppure ci provavano, si permettevano. Grillo in televisione, non smentito dall'abruzzese Vespa che pure qualche pagina del massimo filosofo abruzzese credevo l'avesse letta, cercò di arruolare Benedetto Croce dicendo che anche lui voleva il governo degli onesti. Era l'opposto del vero, siccome il filosofo scrisse: «Manifestazione della volgare inintelligenza circa le cose della politica è la petulante richiesta che si fa della onestà nella vita politica». I petulanti, volgari, inintelligenti elettori italiani» non sapevano e forse non avrebbero saputo mai che per don Benedetto «l'onestà politica non è altro che la capacità politica». Pensai che lo stellone avrebbe dovuto regalare all'Italia politici veramente crociani ossia privatamente disonesti e politicamente capaci. Uomini antipatici e non mediatici, senza Twitter né Facebook ma un poco ladri o almeno loschi, un misto di Arsenio Lupin, Strauss-Kahn e Scajola, Depardiue e Malraux.

Dicevo a un amico che un quotidiano cattolico è una contraddizione in termini: «katholikos» in greco vuol dire universale, ridurre il cristianesimo a una specializzazione significa negarlo. E quindi dicevo all'amico che mi guardavo bene dal leggere «Avvenire». Non leggevo nemmeno «La Croce», dove pure scrivevano veri credenti: era comunque l'organo di un gruppo e io tendevo all'ecumenico e con Gesù pregavo «perché tutti siano una sola cosa». Poi per darmi anche troppa ragione il direttore di «Avvenire» si mostrò dispiaciuto dell'assoluzione di Berlusconi in Cassazione, evocando un incancellabile «rilievo morale». Ecco un sedicente cattolico che invitava a scagliar pietre contro un vecchio signore colpevole di essere attratto dalle giovani donne. Che rappresentavano, non l'avevo deciso io, il tramite tra il mio corpo mortale e l'eterno. Perché «il luogo privilegiato dell'incontro con Gesù Cristo è il mio peccato» (Papa Francesco).
Pensieri del lambrusco
di Camillo Langone
Marsilio, pag. 175, 16,00

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