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Sciascia, non solo romanzi

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 Se fossi un insegnante dotato di una certa autorevolezza presso i miei studenti, imporrei loro di leggere ad alta voce più e più volte il racconto «I tedeschi in Sicilia» di Leonardo Sciascia, che uscì su Palatina dell'aprile-giugno '65, quando la rivista parmigiana volgeva il proprio sguardo critico anche allo strutturalismo con un saggio di Starobinski  su De Saussure e uno di Cusatelli sul realismo di Roth. L'affascinante racconto torna ora nel volume «Il fuoco nel mare» che Adelphi pubblica a cura di Paolo Squillacioti, raccogliendo racconti dispersi tra il 1947 e il '75. L'avventura narrativa di Leonardo Sciascia, che ha fortemente inciso nelle strutture portanti della nostra prosa di metà e fine Novecento, è una di quelle che non possono venir liquidate con un capitolo o un capitoletto di passaggio. Ma, in verità, Sciascia stesso provvide acutamente a segnalare il fatto che le sue «cronache e cronachette» intendevano essere da una parte brevi e compiuti romanzi, e, dall'altra segmenti utili alla formulazione di una più vasta e articolata storia degli uomini, dei paesi e delle vicende della sua isola nel contesto di quella vita che caratterizzò e diede colore e sostanza a tutta la prima parte del secolo scorso in Italia.  Usciti su giornali e riviste di varia importanza (Sicilia, Quartiere, Corriere  mercantile, Galleria, Il Caffè,  Avanti!, La Fiera Letteraria, Amica, l'Unità, il Corriere della Sera) e in volumi antologici, i racconti di Sciascia oltre a denunciare la precarietà della sua attività di narratore   costretto ad un enorme lavoro per ottenere una qualche visibilità nel sempre volubile mondo della letteratura, dimostrano anche quale semplice ma forte vocazione egli sapesse alimentare traendo dalle cronache e dalle storie le più impensabili sollecitazioni. Un realismo non di maniera, poi, lega tutti questi brani, i loro luoghi e i personaggi che vi agiscono con una eccezionale e magistrale struttura concentrica, tanto da far pensare che ciascuna di queste vicende avrebbe potuto dare materia ad un intenso romanzo.   «Il fuoco nel mare» comprende ventitré racconti più due in appendice dei quali uno «Il signor T protegge il paese», scritto nel '47 all'età di ventisei anni, resta senz'altro tra le prime migliori prove di quel giovane maestro siciliano che si sarebbe avventurato in seguito nel gran mare del «giallo» e del relativo naturalismo sociologico con la sperimentata acribia di un lucido e implacabile giudice pur consapevole di non essere mai in grado di pronunciare sentenze definitive. Nei racconti, tale consapevolezza è ancora inespressa, ma già vi si individuano le ragioni. Il realismo è detto senza trucchi, la mistificazione è dichiarata, i personaggi rivestono subito una simbologia di verghiana precisione, e l'intera struttura dei fatti contiene quella moralità di fondo che fornirà poi  a Sciascia, quello del «Giorno della civetta» ('61), di «A ciascuno il suo» ('66), di «Todo modo» ('74) e de «Il contesto» ('72) la dimensione etica, politica e di costume  di un fare letteratura che si muove tra il grottesco e un impegno radicale di intransigenza ironicamente morale. L'inimitabile Sciascia, insomma. Come in questi racconti che, composti nel primo dopoguerra e negli anni del cosiddetto benessere economico, giungono a proporre, ad esempio ne «La laurea» del '70, una realtà paradossale, costruita come in certi racconti di Gogol, tra sarcasmo e disperazione. Scriveva Pedullà in un suo saggio dell'89 che «la corda che suona meglio in Sciascia è quella civile. Uno scrittore civile, uno dei maggiori del dopoguerra, uno di quelli che hanno aiutato a pensare, a interrogarsi, a dare risposte tempestive, molto spesso nel senso più giusto». Esatta osservazione, questa, che nasce proprio dalla natura di questi racconti che spesso lo scrittore assicura che sono «veri», che posseggono, cioè, per la storia una loro identità e un loro possibile riscontro alla luce dei fatti, quasi temesse d'aver dato troppo spazio all'invenzione e alla fantasia. In questo senso «Il fuoco nel mare» ci ritorna come se fosse un libro nuovo; ne siamo sicuri dopo aver letto in particolare un racconto come «Il lascito» del '64, che in cinque pagine nette ed essenziali traccia la vita e la morte di Calcedonio Fiumara («in confidenza con nessuno») e del suo testamento. Nulla di più moderno davvero. Pagine di questo nitore e rigore dovrebbero leggere non pochi giovani scrittori italiani di oggi prima d'intraprendere la stesura delle loro patetiche e strampalate fantasie, piene d'infelici immagini e  di trasandatezze grammaticali. 

Il fuoco nel mare
Adelphi, pag. 210, 18,00

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