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Serenissima e sublime

 Ippolito Caffi, «Venezia con la neve».

Ippolito Caffi, «Venezia con la neve».

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Sono passati centocinquant’anni da quando Ippolito Caffi, pittore d’estro geniale e sconfinata passione, è scomparso durante la battaglia di Lissa nell’affondamento della nave Re d’Italia, sulla quale si era imbarcato da entusiasta patriota per documentare coi suoi disegni la terza guerra d’Indipendenza. Theophile Gautier, dieci anni prima, l’aveva definito il «più innovativo vedutista veneziano dopo Canaletto», di cui può considerarsi l’unico autentico erede. E’ morto inseguendo i suoi ideali, libertà, patria e pittura, ed ora Venezia, sua città d’elezione, lo celebra al Museo Correr (fino al 20 novembre), esponendo integralmente il suo fondo di oltre 150 opere, donato alla città dalla vedova Virginia Missana nel 1889, insieme ad altrettanti disegni sciolti e a ventitré album: una mostra grandiosa, promossa dalla Fondazione Muve insieme a Civita Tre Venezia e Villaggio Globale International, curata da Annalisa Scarpa, come il catalogo Marsilio, intitolata «Ippolito Caffi 1809 – 1866 Tra Venezia e l’Oriente». Era nato a Belluno e la prematura morte del padre ha condizionato fortemente la sua giovinezza, ma la sua vocazione per la pittura era così forte da fargli affrontare i più pesanti sacrifici, riuscendo a farsi accettare a 18 anni all’Accademia di Venezia, che ha frequentato per poco tempo. Il temperamento irrequieto, l’insofferenza per gli insegnamenti antiquati gli hanno fatto abbandonare l’Accademia «nata – diceva – per moltiplicare i mediocri artisti». I suoi primi lavori incontravano il favore del pubblico e grazie ad alcune buone commissioni riusciva a mettere insieme i quattrini necessari per recarsi a Roma, all’inizio del 1832, accasandosi dal cugino Paoletti. Qui ha incontrato numerosi pittori stranieri, venuti per «riprendere» la città dalla cui grandezza è rimasto subito affascinato. «Sboccia così – sottolinea Annalisa Scarpa – quella vena creativa autentica che lo porta a dedicarsi alla veduta, genere nel quale prende voce il suo più vero talento». Una voce autonoma, che supera gli schemi dei maestri settecenteschi, per cogliere la bellezza degli ambienti nella loro vivacità cromatica, nella loro pregnanza atmosferica. La sua creazione artistica aveva bisogno di essere continuamente stimolata da nuove conoscenze, nuove sensazioni cosicché la sua vita è stata una specie di romanzo con viaggi, fughe, avventure, slanci patriottici, arresti, esili. Se Venezia è stata il suo costante punto di riferimento, Roma, Napoli, Atene, l’Egitto, Gerusalemme, Genova, Torino, Parigi sono state le mete della sua affannosa, incessante ricerca: prendeva appunti rapidi, realizzava modelli in piccole dimensioni che poi rielaborava in studio, creando «situazioni cromatico-luministiche inedite» e ripetendo anche i soggetti con alcune variazioni. Di tutti questi posti, sia che fossero stati scelti dal suo desiderio di conoscenza sia che fossero mete legate alla sua azione patriottica, ci ha lasciato ricordi di una intensa vivacità sociale e di una pittoresca poeticità. A Venezia ha dovuto misurarsi coi grandi del passato (Canaletto, Bellotto, Guardi) e coi contemporanei ma le sue vedute della città sotto la neve, con la nebbia, col cielo solcato dalla luce dei fuochi artificiali sono state molto apprezzate anche dalla critica «per il pennelleggiare fresco e ardito, intonazione generale, precisione delle linee prospettiche, perfetto disegno delle macchiette». Queste vedute, infatti, costituiscono un nuovo modo di guardare Venezia ed anche i panorami tradizionali del Canal Grande e di Piazza San Marco sono trattati con una nuova, leggera scioltezza, con una pennellata veloce e intrisa di luminosità. Il suo desiderio di esplorare la realtà con esperienza diretta del vero l’aveva portato a Roma a volare in pallone aerostatico, qui documentato dal cartoncino ad olio firmato e datato «Volo dell’autore Ippolito Caffi. Roma 5 aprile 1847». Ma già nella «Piazza del Pantheon» del ‘37 denunciava un modo particolare d’osservare il monumento con un taglio che sarà tipico dei fotografi. Le speranze suscitate da Pio IX tra i patrioti provocavano manifestazioni popolari rappresentate in un dipinto del ‘48. Più tardi nell’«Interno del Colosseo», visto a volo d’uccello, raggiungeva un effetto estremamente seducente.Il viaggio in Oriente in quegli anni era una meta di molti artisti e scrittori e nel settembre del 1843 Caffi si imbarcava a Napoli per Atene dove rimaneva colpito dalla luce abbacinante che avvolgeva le mitiche architetture del Partenone, dei templi, dei teatri, dei monumenti che si innalzano solenni e silenti in paesaggi brulli. A Costantinopoli le strade e le piazze si animano di gente che si infittisce pittorescamente negli stretti, ombrosi bazar. Si attraversa il deserto, percorso da polverose carovane e guerrieri sui cammelli, per giungere al Cairo, alle placide acque del Nilo, ai maestosi templi di Karnak, Tebe dalle possenti colonne, alle leggendarie sfingi e piramidi. Al ritorno in patria documentava il «Bombardamento notturno di Marghera» (1849) degli austriaci e la sua partecipazione alla difesa di Venezia gli costava l’esilio le cui tappe sono descritte in tantissime opere: Genova e dintorni che si specchiano in un mare di cobalto mentre a Pallanza e Ginevra le acque dei laghi sono di un fresco azzurrino come quelle del Po a Torino. Nel ‘55 era a Parigi, impressionato dalle lunghe strade dritte e dalla vivacità della vita notturna punteggiata dalla luce dei lampioni. Tornerà finalmente a Venezia e nel ‘62 otterrà la sospirata cittadinanza italiana, raggiungendo quel ideale per il quale si immolerà quattro anni dopo.

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