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l'intervista

Sepúlveda vince l'«Hemingway»

Luis Sepúlveda

Luis Sepúlveda

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Con quel suo italiano stropicciato che confonde un po’ verbi e aggettivi, ma che forse proprio per questo è fortemente incisivo e simpatico, lo scrittore cileno Luis Sepúlveda si racconta con grande umiltà: «Sono profondamente intuitivo e lontano dalla mentalità di quegli scrittori che hanno precise intenzioni intellettuali, perché la mia più grande passione è raccontare bene una storia. Lavoro sempre senza nessuna teoria letteraria perché so che la vita è ricca di spontaneità, e tutte le storie che ho scritto le ho raccontate solo dopo aver guardato la vita e atteso le sue decantazioni finché un’idea si trasformava in scrittura letteraria, romanzo o favola che fosse». Vincitore della XXXII edizione del premio Hemingway Lignano Sabbiadoro nella sezione letteratura (una sorta di premio alla carriera e non per un libro in particolare), il 60enne Luis Sepúlveda, attivo politicamente sin da giovanissimo nel movimento popolare che portò Salvador Allende alla presidenza, ed esule poi in varie parti del mondo dopo il colpo di stato del 1973 e l’instaurazione della dittatura cilena, ha fatto della letteratura - oltre alla Spagna dove risiede stabilmente-, la sua vera patria. Ha scritto oltre venti libri, alcuni di successo internazionale come «Il vecchio che leggeva romanzi d’amore» e «Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare» (tutti i libri di Sepúlveda in Italia sono pubblicati da Guanda). «Anche la favola - spiega – seppure un po’ diversa dal romanzo, acquista dimensioni reali quando si conferiscono caratteristiche umane agli animali. Con la favola capisco meglio il comportamento umano e lo narro con più precisione».
Sepúlveda, in questo momento, a che cosa sta lavorando, e quando uscirà il suo prossimo libro?
Sto completando un lungo romanzo in cui racconto una storia che comincia nel 1917 in Russia, quando fu fondata l’Unione Sovietica. E' un romanzo che mescola storia e fantasia e dovrebbe uscire a fine anno. Nel 2005, arrivò in Cile una delegazione ucraina per negoziare col governo la liberazione di un assassino, un ex militare che stava in galera condannato per i suoi crimini contro i diritti umani. Quest’uomo - che durante la dittatura era diventato uno dei più terribili torturatori, era giunto ragazzo nel Cile dove si era formato militarmente -, aveva un nonno che fu uno degli ultimi atamani, valoroso capo cosacco morto in Russia dopo la seconda guerra mondiale.
Perché gli ucraini volevano la sua liberazione?
Perché era diventato lui l’ultimo atamano della loro gente e in occasione di un revival delle forze armate volevano «consacrarlo» per dare nuovo impeto al leggendario popolo cosacco. Qui finisce la storia vera. Con tutti questi elementi ho pensato di scrivere un romanzo che in parte mi riguarda, e per questo si tratta di un libro molto personale: non biografico, anche se il protagonista cui ho dato tantissimo di me, è l’unico che può evitare la liberazione dell’assassino. E il criminale non fu liberato.
Il Cile di oggi è avviato verso una reale esistenza democratica?
Il Cile di oggi è un Paese profondamente scosso dalla frustrazione. Dopo la dittatura è arrivata una specie di democrazia con al governo gli stessi uomini del regime, e ancora oggi nell’anno 2016, la Costituzione politica dello Stato cileno all’art. 1 non dice: «Tutti gli uomini sono uguali nei confronti della legge»; l’articolo 1 invece dice: «Il modello economico del Cile è intoccabile». E ciò è inconcepibile.
La letteratura può promuovere prese di posizione significative o può dare solo indicazioni parziali sui fatti, sulla storia?
La letteratura non ha un ruolo salvifico: l’umanità si salva e la società si cambia solamente se lo fanno i cittadini. Non credo perciò nel potere onnipotente della letteratura e degli scrittori: l’unico potere vero è quello dei cittadini. La letteratura può aiutare a prendere coscienza della realtà partecipando all’azione attiva e dà gli elementi per fare forte la propria coscienza, ma nessuno diventa cosciente se il mondo va male.
Come valuta il futuro dell’Europea dopo l’uscita dell’Inghilterra dell’Unione?
Ho la stessa preoccupazione di tutti i cittadini europei che speravano nel bellissimo sogno di un’Unione Europea che non fosse solo un grande accordo commerciale ma soprattutto una grande alleanza fra i popoli e una garanzia per la pace nel Continente. L’uscita della Gran Bretagna vuol dire che qualcosa non va bene nella comunità, che è in mano a un gruppo di burocrati. Il pensiero preminente per i governanti europei non è mai stato quello politico, ma quello commerciale. In Europa si devono ripensare tantissime cose perché tutti i giorni i cittadini sono esclusi da ogni decisione e perdono potere: il loro grande sogno europeo non esiste più. Se non si arriva a dare importanza e valore all’opinione dei cittadini, finisce male.
A che punto è secondo lei la difesa ambientale del pianeta di cui lei è instancabile paladino?
Tanti anni fa numerosi governi pensavano che la questione ambientale fosse un’invenzione, frutto dell’immaginazione di ecologisti febbricitanti fino a quando l’Unione Europea con il protocollo di Kioto non ha posto limiti alle emissioni di CO2. Ma quando è arrivata la corporazione dei paesi emergenti al dominio dell’economia (Cina, India, Brasile) il protocollo di Kioto è scomparso. Nessuno s’è ricordato che c’era un contratto internazionale per ridurre le emissioni inquinanti nell’atmosfera. Un mostro incontenibile pari all’un per cento della popolazione mondiale possiede il 99% della ricchezza della terra. Democrazia significa partecipazione dei cittadini al controllo sistematico del potere. Se non si fa questo le cose finiranno male.

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