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La buona tavola di «Babet»

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 A  250 anni della scomparsa di Luisa Elisabetta di Borbone, figlia primogenita di Luigi XV di Francia e moglie di don Filippo, la sua «tavola» è tornata d’attualità nella conferenza di Alessandro Malinverni, dottorando in storia del'arte all’Università di Milano, tenuta a Palazzo Bossi Bocchi. Al centro dell’interesse il tema dell’effimero eternato nel caso delle feste parigine per il matrimonio del 1739 con uno scorcio riservato alla corte di Parma ed ai cibi prediletti da Babet, com'era affettuosamente chiamata Luisa Elisabetta dal padre, ed alle sue abitudini. La corte di Luisa Elisabetta e di don Filippo rispecchiava quella di Versailles. Lo confermava anche il ministro napoletano Tanucci, nel febbraio del 1751: «A Parma... tutto continua alla francese, e vestiti, e lingua, e costumi, e maniere».

 Luisa Elisabetta (suo padre la chiamava affettuosamente Babet) aiutata dall’intendente Du Tillot e dall’agente parigino Bonnet, stava infatti importando nel suo nuovo stato mobili, quadri, porcellane, arazzi, vestiti, libri, gioielli, cavalli, cani, servitori, artisti e artigiani, senza dimenticare la cucina francese. Tutto, per ricreare un angolo di Francia a Parma, città da lei definita senza mezzi termini una «cloaque», a causa del caldo soffocante dei mesi estivi e delle viuzze strette e maleodoranti. I rinfreschi documentati alla corte parmense presentano una scelta di cibi sostanzialmente uguale a quella francese. 
Nel maggio del 1764 il rinfresco offerto al duca di York, ospite di don Filippo, fu preparato a base di sorbetti di cioccolata e di latte, limonate, biscotti, arance intere e cioccolata calda, e ancora per le quattro feste date nel teatro in tale occasione, di cui si conservano i pagamenti per i cibi, si possono leggere: confetture varie, canditi, frutti, biscotteria diversa, limoni per l’acqua e i sorbetti, arance di Portogallo, zucchero e ghiaccio per limonate, orzate e sorbetti. Persino il cerimoniale, compreso quello della tavola, fu regolato sulla falsariga di quello di Versailles. 
Durante i numerosi viaggi Babet portava sempre con sé un cuoco francese, e quando si trovava nel regno d’origine era accompagnata e servita, ovviamente a spese del padre, da un distaccamento della Bouche du Roi . D’altronde a metà Settecento la cucina d’Oltralpe aveva raggiunto livelli raffinati, come dimostra la fortuna dei ricettari a stampa pubblicati a Parigi, tra i quali i tre volumi del cuoco preferito di Madame de Pompadour. E se francesi erano i cuochi e le ricette, francesi erano pure gli splendidi servizi da tavola di Chantilly, di Vincennes, ma soprattutto di Sèvres, come quello all’ultima moda chiamato bleu turquoise e il servizio vert pomme.
La taglia forte della duchessa suggerisce che fosse un’amante della buona tavola: ed è proprio così come dimostrano i documenti. Nel 1740, a Madrid, non riuscì a seguire la dieta prescrittale dai medici per risolvere una fastidiosa dermatite. Il cardinale di Fleury, di fatto primo ministro di Francia, non se ne stupì, sapendola golosa di cioccolato, pasticcini e caffè. Oggi si penserebbe ad un vuoto d’affetto. Certo la corte spagnola era meno divertente di quella francese, e di lì a poco, messa al mondo la figlia Isabella a soli 14 anni, sarebbe stata abbandonata dal marito don Filippo, costretto a guerreggiare, senza troppa convinzione, sui campi di battaglia alla ricerca di un trono per sé e per la moglie. Giunta a Parma, Luisa Elisabetta ordinò decine e decine di casse di vini di Borgogna e di champagne, ma soprattutto di cioccolato del Piemonte e di cacao. 
La sua forma peggiorò al punto che nel 1757 la sorella Adelaide, che non la vedeva da quattro anni, se ne meravigliò col cognato: «L'Infanta è arrivata l’altro ieri (alla corte francese) in buona salute mio caro Pippo, ma l’ho trovata furiosamente ingrassata, cosa che mi ha fatto molta pena, (ma è) sempre bella come il Sole di cui porta il nome». Non bisogna però farsi trarre in inganno dal debole di Babet per il cibo: donna forte, concreta, volitiva, formatasi alla scuola della suocera Elisabetta Farnese quando dovette recarsi alla corte paterna, nel 1752, per piangere la morte della gemella, al fine di non gravare troppo sulle casse del padre che le pagava il viaggio e d’arrivare prima, scrisse alla contessa di Tolosa che la sera si sarebbe accontentata di una semplice zuppa calda. 
Nelle sue vene scorreva però il sangue del re Sole, così a Versailles, davanti alla corte accalcata per farle i complimenti, pranzò secondo la più stretta etichetta, servita dalla nobildonna di più alto del suo seguito: la marchesa di Leyda. Certo doveva fidarsi di questa dama, in seguito accusata di aver avvelenato Monsieur de Maulevrier, rappresentante francese a Parma, colpevole di aver criticato le sue folli spese. La marchesa di Leyda rimase a Versailles, nel 1753, sostituita dalla principessa Trivulzio, ed utilizzata da Babet come acquirente di suppellettili per le residenze parmensi. Alla duchessa bisogna, poi, riconoscere un alto merito, quello di aver diffuso il «brand Parma». 
Infatti fece apprezzare alla corte paterna il formaggio parmesan o lodesan, inviandone innumerevoli forme a Versailles, dirette ai più illustri personaggi: la regina sua madre, le sorelle, il fratello, la zia contessa di Tolosa e tali spedizioni, molto gradite, continuarono anche negli anni successivi la sua scomparsa.
STEFANIA PROVINCIALI
 

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