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Paganini lo voleva nell'Orchestra ducale

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 Storia singolare, quella di Luigi Savi: figlio d’arte (il padre Alfonso era come lui violoncellista e compositore), accantonò lo strumento per avventurarsi nella strada ambiziosa e accidentata della composizione nel teatro musicale, che gli si schiuse a Firenze proprio nel momento in cui Paganini pensava a lui come violoncellista nella rinnovanda Orchestra Ducale di Parma. Savi scelse il rischio fiorentino, e gli andò bene perché il progetto di Paganini naufragò per insipienza dell’amministrazione ducale, mentre la piazza toscana gli avrebbe regalato fra 1836 e 1839 due successi operistici («Caterina di Cleves» e «Salvini e Adelson»), trampolino per un percorso promettente che sembrò concretizzarsi con una scrittura per Genova, dove andò in scena nel 1840 «L'Avaro», libretto di Felice Romani. 

Curiosamente non è però l’attività di operista il vero nòcciolo della figura di Savi che esce dal prezioso fascicolo monografico della rivista «Bella Parma» (64 pagine) curato da quell'infaticabile e piacevolissimo studioso di musica che è Gaspare Nello Vetro: pur occupato in gran parte dalla biografia di un uomo affaticato dalle peripezie a cui il teatro musicale degli anni Trenta del XIX secolo e ancora di più i suoi impresarî costringevano i compositori come dazio per una popolarità minacciata continuamente dalle mode, con Savi emerge ancora una volta la fauna dello strumentismo musicale italiano della prima metà dell’Ottocento, culturalmente aggrappato a pochi appassionati le cui forze erano spesso impari alle resistenza culturali di un Paese dominato dall’opera e restìo alle novità. 
Certo, Savi ha scelto il teatro. Lo ha fatto a costo di emigrare, sulla base delle opportunità, in un mondo nel quale la tranquillità economica, per un musicista che non avesse le dita di Paganini, equivaleva per formula a diventare compositore d’opera - e si aggiunga: di successo. Era il percorso in fondo normale di qualsiasi operista. Ma il catalogo di Savi, che Vetro ricostruisce puntigliosamente, si popola ora di una ventina di pezzi e raccolte strumentali da camera, di cui quattro stampate con numero d’opera, su uno dei quali, il Quintetto per archi dedicato a Paganini nel 1836, compie in questo fascicolo una rilettura non banale Emilio Ghezzi, compositore e direttore del Conservatorio «Boito» di Parma. 
La linea che emerge è quella di un mondo strumentale costruito su schemi drammaturgici, dialoghi fra singole voci, cambi di colore improvvisi, irruzioni di melodie di sapore belliniano, che confermano ancora una volta quanto l’autentica cifra dello strumentismo italiano sia basata sull'identificazione di «personaggi» strumentali, cioè potremmo dire di una musica che oppone alla severità della costruzione il fremito della materia sonora. Vista in questo modo, sarebbe più facile raccogliere il suggerimento di Ghezzi a un’interpretazione dell’inevitabile virtuosismo strumentale italiano, così come nel Quintetto, in una dimensione di contenuto. 
L'attenzione di Vetro prima di tutto per il lettore si realizza come sempre in affabilità espositiva, curiosità per i particolari e dovizia di documenti, tutti riprodotti con cura e in dialogo continuo con la narrazione biografica. Ne emerge un compositore non disattento ai problemi drammaturgici e in continuo penare per mettere insieme con un senso compiuto i pezzi centrifughi di un genere esposto a continue imprevedibilità. Quanto agli aspetti caratteriali, a Vetro piace frugare negli epistolari in modo da trarne uomini sfumati, personalità. 
Nel frugare, ha potuto anche trovare il modo di identificare in Savi il giovane raccomandato da Paganini in due lettere dirette all’impresario della Pergola Alessandro Lanari, e non già nel ragazzetto Giuseppe Verdi come pensava Marcello De Angelis quando le scoprì alcuni anni fa. A proposito di Verdi, prima che fosse il bussetano ormai arrembante a travolgere a mo' di meteorite quelli come Savi, ci pensò la parca fatale: quel trentanovenne nato in parrocchia SS. Trinità a Parma, nel pieno di una carriera spumeggiante ma già precocemente attempato, cedette a un colpo apoplettico nel 1842. Solo uno come Vetro avrebbe potuto riscattarne la memoria e il ruolo storico, finora ridotto a tre righe nelle enciclopedie della musica.  
GIUSEPPE MARTINI
 

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