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Che mondo lasceremo ai nostri figli?

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Dopo l'articolo di Carlo Brugnoli uscito lo scorso 1° luglio, proseguiamo nella pubblicazione di interventi di giornalisti della Gazzetta sul tema del futuro dei nostri giovani.

Patrizia Ginepri (pginepri@gazzettadiparma.net)

Che mondo lasceremo ai nostri figli? Il futuro pone interrogativi inquietanti. Fa bene il collega Brugnoli a descrivere il malessere e l'incertezza dei nostri tempi attraverso le parole innocenti di un bambino. Una denuncia amara, la sua, incisiva e condivisibile. Ma ci siamo mai chiesti, veramente, perché si dissolvono i punti fermi? Secondo Bauman i giovani di oggi sono una generazione senza tutto, figlia di una società liquida. Esperienza individuale e relazioni sociali sono segnate da strutture che si vanno decomponendo e ricomponendo rapidamente, in modo vacillante e incerto, fluido appunto. Una società dove si perdono confini e riferimenti. In questo habitat, disillusione e senso di impotenza accentuano la solitudine, una debolezza che il marketing - per dirla sempre con le parole di Bauman - ha saputo capitalizzare fin dai tempi del walkman, lanciato sul mercato con lo slogan «mai più soli». Da lì è stata una corsa inarrestabile a proporre surrogati della collettività e della famiglia.

Credo che, al di là delle emergenze globali, sia necessario riflettere maggiormente sulle famiglie di oggi e su ciò che la società trasmette ai giovani, nel bel mezzo del 2016. Proviamo a pensarci. Innanzitutto facciamo sempre più cose, in tempo reale, pensando di meno. Naturalmente siamo interconnessi, tutti quanti ad armeggiare con il cellullare. Per strada, al ristorante, in coda a uno sportello, ovunque. E cosa dire delle automobili che rallentano e procedono non proprio in linea? Sono gli irresponsabili che rispondono a WhatsApp mentre guidano. Ormai, il timing per controllare se ci sono messaggi è diventato un riflesso pavloviano, un tic incontrollabile, eppure nessuno di noi è Obama. Cosa sarà mai disconnettersi per qualche ora. Ma è inutile, non ne usciamo da questo vortice. Ci serviamo di ritrovati tecnologici, che abbattono qualsiasi barriera di tempo e di spazio, eppure abbiamo sempre fretta. Gesti semplicissimi come comporre un numero di telefono, aspettare un ascensore o il verde di un semaforo, causano vere e proprie crisi d'impazienza. Scorriamo internet e i programmi televisivi, divorando tutto senza soffermarci su nulla. Ma dove corriamo? A cosa serve? Il nostro cervello e il nostro organismo non si sono evoluti alla stessa velocità dei microprocessori. Questa nevrosi diffusa è l'emblema di una deriva di valori, un invito inconsapevole a bruciare tutto e subito, omologati, narcisi, mai sazi. Paura e incertezza sono state alimentate dall'escalation dell'effimero. Sartre diceva che «il segreto del successo sta nell'avere un progetto di vita e poi seguire le istruzioni». Ecco, appunto. I giovani non conoscono più la gioia delle cose durevoli, frutto di lavoro e sacrifici. Il futuro è incerto perché nessuno ha più tempo, neanche per parlare con i figli, per distoglierli dalla bulimia social, per farli crescere intellettualmente, per motivarli, per farli atterrare su questo pianeta. Negli Stati Uniti è calata del 40% la percentuale delle famiglie che condividono almeno un pasto al giorno. Badate, il tempo si trova. Educazione, rispetto delle regole, dialogo offline, pazienza, condivisione, senso di appartenenza. Solo la famiglia può fare la differenza, smettiamo di gufare sul futuro dei giovani e facciamo capire loro che il bello della vita è tutt'altro.

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  • la rivolta di atlante

    08 Luglio @ 01.24

    la rivolta di atlante

    CHE BELLO PENSARE DI POTER FARE UN QUALCOSA CHE POSSA DETERMINARE UN FUTURO VOLUTO. MA LA REALTÀ CI INSEGNA CHE BEN POCO PUÒ FARE UN MOVIMENTO O UN UOMO SE NON TRACCIARE UNA ROTTA È IL FATO O IL CAOS IL VERO PADRONE DELLA STORIA UMANA.

    Rispondi

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