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Dieci anni senza Attilio

Dieci anni senza Attilio
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 Ncon sembri un'idea stramba se, per ricordare Attilio Bertolucci e la sua opera a dieci anni dalla scomparsa, ricorriamo a due versi di Sandro Penna: «Tu non chiedi alla tua vita/ che restare ormai com'è». Questo è stato il programma segreto, ma poi non tanto, della poesia di Bertolucci, del suo esserci e del suo fare. Primo, dunque, un controcanto continuo (la città, la campagna, la famiglia, le stagioni, i luoghi, le luci e le ombre); secondo, le figure che vivono in queste atmosfere e che, appunto, restano come sono e quel che sono, la loro natura dentro il loro incanto. Questa è la poesia di Bertolucci: una poesia di spontaneità, che rifiuta l'ermetismo in pieno Novecento, e che sa anche contemperare poi le esigenze di un cangiante lirismo con l'ascolto ricco della storia e delle storie che il secolo propone e impone. Nato a San Lazzaro nell'11, nel '29 (l'anno degli «Indifferenti» moraviani) il giovanissimo Attilio inaugura il proprio viaggio poetico con «Sirio» che l'amico Minardi fa pubblicare da Fresching, ma è nel '34 che «Fuochi in novembre», sempre voluto dal Minardi, scopre davvero le carte: una magistrale e tenue classicità s'aggira subito tra queste pagine che si ritagliano spazi di contrasti esili  e luminosi, intime malinconie, stupefatti inganni. Fin da allora, il discorso che il poeta ha intrapreso pare non interrompersi mai, spezzando le forme chiuse, le vertigini delle metafore, le ambiguità dei simboli e la memoria stessa dei fatti. Un'antica sicurezza affiora dalla provincia di Bertolucci, dal suo saper guardare attonito e semplice che si nutre d'infiniti echi vicini e lontani nel tempo, come una storia che torni e ritorni incessantemente su se stessa per imporsi alla caducità del tempo. Non v'è fretta alcuna in questa poesia: la si legge ancora oggi con una sorta di silenziosa e pacata adesione priva d'ansia e di sospetti che non si evidenziano neppure quando il poeta giunge alla piena maturità con «La capanna indiana» ('51) e con «Viaggio d'inverno» nel '71. Eppure, un sotterraneo tormento domina questi versi, li intride senza scampo, li ritorce attorno ai grumi d'una infinita interrogazione interiore che Bertolucci lascia scorrere dentro e attorno a sè quale testimonianza testimonianza naturale di un'incessante conversazione tra il mondo, se stesso e i lettori, confessando poi a Paolo Lagazzi che la sua poesia è «molto più sognata» di quella di altri scrittori nostri contemporanei. Una confessione preziosa, ma solo in parte versa. Perché Bertolucci non potrà mai nascondere il peso e la grana preziosa del proprio realismo, cioè di quella tensione descrittiva e narrativa che lo lega alla terra, alla natura, allo svolgersi del destino dentro il destino del mondo. Ha una sua cosmicità, dunque, questa poesia, che non appare subito. In principio semmai è la leggerezza della canzone a dominare. Poi giungono le dure ferite del tempo che s'ammantano di malinconia, e infine il rimpianto s'innesta di colpo sulla vocazione per il romanzo in versi. Confidando in una tale strenua natura letteraria, Bertolucci ha attraversato tutto il Novecento, ha fatto del piacere poetico una vera e propria condizione umana, e ha coscientemente rifiutato le ideologie (sia le politiche, sia le letterarie) per affidarsi a quelle che Carlo Bo definì  «grandi capacità critiche» ottimamente divise tra uso della tradizione e ricche e intense letture. Dentro un siffatto mondo ancora oggi noi percepiamo il  senso alto di un magistero riscontrabile in ben pochi altri esempi. «La camera da letto» ('84-'88) è lì a confermarcelo. Con la sua natura di romanzo in versi «La camera da letto» scompensa ogni altro dubbio, contraddice ogni altro segno, sfata ogni altra possibilità e ambiguità. Nel leggere questo libro si ha la sensazione di abitare il tempo, di conoscerlo e di vederlo popolarsi di voci, profili, luoghi, sentimenti, curiosità e simboli. Ancora il miracolo della poesia, col suo timbro di storia interiore, di confessione, di elaborazione continua del cammino esistenziale, improvvisando e ricordando, dunque, quanto la vita ci dà e ci toglie, e quanto mistero stia anche soltanto nel profumo della gaggìe, o nel «rubare un verso a Baudelaire», oppure nel salire col tremore e il piacere di sempre verso Casarola, o anche nel gran campo delle letture da fare e poi da dimenticare, anzi da accantonare per non restarne influenzati se non un poco soltanto, Madox Ford, Fitzgerald, Mann, Proust, Gadda, Laforgue, Pound, e così via, avanti e indietro, senza perdere il coraggio d'accettare o di escludere. Una lezione incompiuta, quindi, che è passata in noi, in tanti di noi, sulle nostre povere e incerte spalle di posteri, memori sì, ma anche impreparati a riceverla e a farla fruttare. Eppure, non possiamo non dire adesso quanta riconoscenza essa meriti più il tempo passa e più la figura del poeta di staglia davanti e dentro di noi.

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