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Gabba, i colori della natura

Gabba, i colori della natura
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Stefania Provinciali

Amerigo Gabba ripercorre attraverso un consistente nucleo di opere, esposte fino al 2 luglio alla Camera di Commercio di via Verdi, le tematiche predilette e l’attenzione per una pittura che ha saputo mantenere costanti coordinate espressive ed invenzioni creative.
Artista noto e da tempo presente sulla scena, si ripropone quale artefice di un'arte  legata alla tradizione ma nel contempo reinterpretata attraverso il colore e l’animo di chi ama guardare nelle «pieghe» delle cose, attento osservatore di una «natura viva», che si accende di verdi dai toni «mutevoli» o di rossi cupi o di gialli estivi che vanno poi pian piano seguendo lo scorrere delle stagioni. Ma Gabba guarda con interesse  anche alla composizione, a quella «natura morta» che è tale  per  definizione e che in alcune opere si può leggere come una «scena», fra vasi di fiori e cesti di frutta e foglie. Sono queste le consuete ed amate interpretazioni, narrate sul filo di   un racconto figurativo attraversato da uno sguardo interiore che pare trasparire dalle forme, da un colore che giunge inaspettato, da una partecipazione al dipinto. Una pittura di tradizione vissuta però fuori dagli accademismi, legata sì ai tempi della terra e dell’uomo, ma anche ad un credere nella personale visione e forma, a scelte cromatiche in cui il verde pare appartenergli più di qualsiasi altro colore. Dentro alla natura il paesaggio, le case, i cieli azzurri, diventano quasi una necessaria interpretazione, un guardare il mondo senza particolari suggestioni.
C'è il "mestiere", se mestiere si può chiamare la lunga adesione ad una pittura che è andata negli anni sperimentando, non solo l’approccio al vero ma anche i materiali, pur senza discostarsi dall’interpretazione di base. Una storia lunga una vita, avviata negli anni giovanili  e proseguita quando il filtro della memoria lo induce a fare partecipe l’osservatore delle emozioni suggerite dall’osservazione attenta e partecipe della natura e delle «cose», trascritte sulla tela o su diversi supporti con occhi «nuovi».
Spesso davanti a questi dipinti Amerigo Gabba ama rievocare gli anni della scuola d'arte, degli amici incontrati sul treno per Bologna quando frequentava l'Accademia, dei caffè e dei circoli culturali a Modena, sotto la Ghirlandina del tempo dell'abbandono della pittura e della ripresa, quasi una rinascita negli anni Ottanta, smessa l'attività di famiglia, quando la pittura diventa tutt'uno con il suo autore trasformandosi nel piacere della vita.
C'è, infine, un aspetto in questa mostra che va sottolineato. il pittore ha, e non a caso, nel corso della sua attività realizzato anche ritratti ed autoritratti.
L’occhio corre, così, su due opere in particolare, due giovani donne immaginate, dai volti contemporanei e dai lunghi capelli, di quelle che potremmo incontrare nelle vie del centro. Due giovani donne in sottoveste, con un indumento che oggi non usa più o quasi, forse un divertissement per l’autore che nell’unire un’idea di tradizione al presente pare volerci suggerire gli aspetti più universali dell’arte che muta coi tempi ma mantiene intatti i suoi valori.

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