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Schumann, note d'anima

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Robert Schumann è considerato l’araldo del romanticismo musicale tedesco. Ma in che senso? Trasfuse sì in suoni la «Stimmung», lo stato d’animo dei romantici, non già come atteggiamento momentaneo e labile, bensì come storia dell’anima, come espressione di una realtà storica e morale, e soprattutto come sintesi immediata e dialettica delle due polarità essenziali dell’esperienza: dell’io e del mondo. L’esperienza naturale - le fronde che tremano al vento, il filtro del raggio lunare, il piccolo evento umano riassorbito nel mistero della natura - penetra con lui nella esperienza musicale e vi porta la sua prepotenza di vita, la sua demonicità. Nato duecento anni fa a Zwickau, figlio di un agiato libraio, a nove anni inizia suonare il piano. A vent'anni decide di dedicarvisi per sempre e segue i corsi del celebre Friederich Wieck. Ma la mano sinistra paralizzata da assurdi esperimenti tronca i suoi sogni. Si volge alla composizione, e fonda nel 1834 la «Neue Zeitschrift für Musik» (Nuova rivista musicale), a cui collaborano Wieck, Mendelssohn, Wagner. Per dieci anni Schumann critico vi profonde energie. Di quel periodo è il suo matrimonio, contrastato, con Clara Wieck, virtuosa del pianoforte, figlia del suo maestro. Si dedica poi alle opere per piano; più tardi al «Lied», alla sinfonia, alla musica da camera, all’oratorio. Dal 1854 le turbe psichiche che da tempo lo affliggevano si aggravano. Internato in manicomio, vi muore nel 1856. A parlare del musicista invito Giovanni Carli Ballola, docente emerito di Storia della Musica all’Università del Salento, collaboratore dell’Espresso e di diverse riviste musicali italiane e straniere.
Professore, Schumann fu anche un grandissimo critico. Perché?
Schumann  fu un anticonformista violento. Si oppose a certe situazioni critiche dominanti, in modo particolare al «Biedermeier», il neoclassicismo esangue e ripetitivo che trionfava nella musica degli anni Trenta e Quaranta dell’'800. Con esso dovettero fare i conti anche Schubert, Mendelssohn e, soprattutto, Chopin. Ma l’acutezza di Schumann si rivolse, con preziose considerazioni, a tutto ciò che di importante stava uscendo. A lui si deve il riconoscimento di molte composizioni di Schubert, disattese o ignorate; a lui la rivelazione di Chopin e la rivelazione ultima di Brahms, ch’egli considerò in un certo senso il depositario della sua arte. Ma scrisse anche cose mirabili sui compositori della generazione che precedette la sua; per esempio, sui quartetti di Cherubini che considerò il «Dante della musica italiana». E si badi che non sprecava aggettivi. E' Schumann l’inventore della critica musicale moderna.
A rendere all’istante riconoscibile la sua musica sono, soprattutto, i brevi e innumeri brani per pianoforte. Come li caratterizzerebbe?
La fortuna dei suoi pezzi per pianoforte supera quella di tutto il resto della sua attività compositiva. La quale dà vita a grandi pagine cameristiche, oratori - come «Il Pellegrinaggio della rosa» e «Il Paradiso e la Peri» - e l’opera teatrale «Genoveffa». Importantissima è la letteratura liederistica culminata nei meravigliosi anni Quaranta. E' un’eruzione vulcanica, ininterrotta e intensissima. Le sue pagine pianistiche risolvono un problema cruciale della musica europea del tempo, ossia il destino della forma-sonata. La quale - già coltivata da Mozart e da Beethoven - appariva un drammatico enigma, davanti al quale tutti si comportavano in maniera incerta e sperimentalistica. Schumann inventò la pagina pianistica di tipo aforistico, improvvisatorio, ma nello stesso tempo profondamente musicata e capace di invenzioni che nulla hanno di precostituito. Mise da parte la sonatistica classica, ponendosi a tu per tu con l’invenzione musicale nella sua autenticità e purezza, ma soprattutto nella sua libertà.
E’ possibile stabilire qualche rapporto fra il labile equilibrio psicologico di Schumann e la sua attività compositiva?
Si può dire questo: la funzione creativa e la funzione innovativa della musica sono tali da indurre talora i compositori a scompensi tra la composizione che vive nella loro mente e la sua realizzazione pratica. Schumann, per esempio - che fu purtroppo un cattivo direttore d’orchestra, benché s'impuntasse d’esser tale - aveva il suo tallone d’Achille nel trattamento dell’orchestra: lui lo sapeva e soffriva di questo «complesso», non già d’inferiorità, bensì d’incapacità di affrontare tale problema che lo tormentò per tutta la vita. Non possedeva la reattività meravigliosa di Schubert o di Mendelssohn (non parliamo poi di Chopin) di fronte al timbro e al colore dello strumento. La sua idea musicale, in origine assolutamente astratta, si identifica poi nei vari mezzi musicali, che possono essere il pianoforte, la voce umana, il quartetto, il sestetto eccetera. Ma c'è sempre in Schumann una difficoltà nel realizzare l’idea musicale in termini di colore strumentale. E questo il punto debole della sua creatività ed è quello che lo trascinerà nell’obnubilamento mentale.
Può sintetizzare l’essenza del rapporto che lo legò a Clara?
Clara Schumann è stata una grande musicista, una grande moglie, una grande madre di famiglia. E’ un ritratto veramente sublime quello che si ricava dai documenti privati. Si amarono profondamente per tutta la vita. Clara ebbe per un certo periodo il problema di mandare avanti l’economia domestica, di supplire agli scompensi operativi, diciamo, del marito con la sua attività di insegnante e di concertista. E poi soprattutto quando questi venne meno, fu la depositaria, sublime e melodiosa, della sua memoria.

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