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Quando si mieteva in Cittadella

Quando si mieteva in Cittadella
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di Lorenzo Sartorio

Piste in terra battuta per podisti o appassionati di footing, un vistoso cartellone luminoso che indica i tempi di percorrenza dell’anello superiore,  un antico bastione con i suoi «percorsi da guerra» riportati alla luce, ciclisti che si rincorrono sotto l'ombra di secolari platani e pioppi, anziani accoccolati sulle panchine a leggersi il giornale, tanti cani che in questo polmone verde sfogano la loro vivacità  finalmente lontani dalla prigionia degli appartamenti per non parlare dei bambini che continuano a sognare sulle  giostre e altri giochi. 

Questa, è la Cittadella del terzo millennio e cioè un parco cittadino, fra i più antichi e amati dai parmigiani, che assolve in pieno al proprio compito di accogliere la gente per trascorrere momenti di svago e relax. Ma l’antica fortezza farnesiana, dopo essere stata caserma, nell’immediato dopoguerra,  quando i militari la abbandonarono, una volta dismesse uniformi e stellette, non fu aperta al pubblico  perché doveva essere bonificata da eventuali residuati bellici. Però la terra di cui disponeva doveva essere sfruttata al meglio in tempi in cui,  anche se il Ventennio si era tragicamente  concluso, la gente aveva ancor ben presenti  le varie «battaglie del grano» che vedevano «lui», il Duce, a torso nudo mietere il frumento per testimoniare le sue origini contadine e nazional popolari. 
Così,  anche la Cittadella dell’immediato dopoguerra,  era una sorta di appendice dei  campi che circondavano Parma. «La gestione degli spazi verdi fu assegnata ad un agricoltore,  tale Ziveri - così ricorda  lo storico “sceriffo” della fortezza Adriano Catelli - il quale seminava erba medica e frumento, oltre disporre di un bel frutteto». Ed era proprio giugno il clou  per la mietitura in Cittadella che si effettuava  ovviamente a mano   con la «misóra»,  una sorta di falcetto appositamente concepito per mietere. 
Lo Ziveri, per il rito della mietitura, assoldava  sei o sette persone che, in un paio di giorni, mietevano i  due bastioni coltivati a frumento. Si trattava del bastione  che, ora messo a nudo, mostra i vari camminamenti militari e l’altro dove sorge la Palazzina San Giorgio  e che, un tempo, ospitava  anche un discreto frutteto.  All’ora del pasto, quando la campana «d’la Cèza dal Bambén» delle Carmelitane di Barriera  Farini suonava il tocco, i lavoranti e le lavoranti,  deponevano  la falce e consumavano un frugale pasto sotto l’ombra amica delle piante secolari mentre dagli orti circostanti salivano  profumi di verdure fresche e di mangiari robusti che provenivano dalle casupole degli ortolani. 
Si andava avanti fino a sera quando il sole, che era spuntato di buon mattino  dietro al «Tardini», si inabissava alle spalle  di viale Solferino. Dopo essersi ristorati sotto  la fontana,  i lavoranti facevano ritorno a casa scortati da voli di lucciole che, proprio durante il  raccolto, vivevano i loro giorni più belli arabescando con leggiadre  danze le notti padane. Al termine dei due o tre giorni di mietitura  i covoni,  assiepati ordinatamente ai bordi dei campi, venivano caricati su un traballante carro e portati in un’aia per la trebbiatura mentre, ai lavoranti, oltre  a quei quattro soldi che si erano sudati,  veniva concesso di  raccogliere le spighe rimaste sul campo. 
Con quelle rimanenze stipate  dentro un sacco, il mugnaio  avrebbe dato in cambio un mezzo sacco di farina preziosissima  per fare il pane finalmente bianco, la sfoglia  e le torte. E così,  dopo la mietitura, proseguiva, sonnolente,  la calda e autarchica estate della Cittadella  la cui colonna sonora era costituita dal cinguettio degli uccelli, dal garrire delle rondini e dal frinire delle cicale  alle quali davano il cambio i grilli quando la luna sciabolava d’argento  le torride notti parmigiane. 
                 

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