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Un centenario dimenticato

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Giuseppe Martini

«Non ultima delle egregie qualità dell’Usiglio è quella di conoscere se stesso e di valutarsi solo per ciò che egli si spende": come a dire, meno male che una volta che uno è riuscito nell’opera buffa, non si è messo a fare quella seria rischiando il naufragio. E in fondo l’articolista del "Teatro illustrato", che nel dicembre 1881 gli aveva dedicato un profilo, coglieva un tratto fondamentale di quest’omone parmigiano che in una ventina d’anni aveva rinverdito l’opera comica italiana in grazia di una spiccata capacità di miscelare l’antico col moderno, senza cedere al rischio di avventurarsi nelle foreste minacciose dove ancora regnava Verdi.
Tuttavia, all’indomani della morte avvenuta il 9 luglio di un secolo fa, la "Gazzetta di Parma" ricordava Emilio Usiglio solo per i tre titoli apparsi al Regio, "La locandiera" (1862), "Le educande di Sorrento" (1870, ma anche nel 1873 al Reinach, senza successo) e "Le donne curiose" (1879), cioè un terzo della sua produzione teatrale, e di queste per alcuni pezzi divenuti famosi, come il duetto "Un bacio rendimi", la cui popolarità - si badi - l’articolista notava pari a quella di "Alla stella confidente" di Rabaudi, di "Musica proibita" di Stanislao Gastaldon e, cara grazia, di "certi motivi del maestro Verdi". Tuttavia l’aria di Gastaldon e "certi motivi" di Verdi sono stati gratificati, per ragioni diverse, di una sopravvivenza che non è toccata a quelli del buon Usiglio, compositore felice ma ancorato a un’idea goldoniana del genere buffo, retriva e un po' al limite del centonismo (tanto che "Le educande" furono tacciate di plagio dai "Moschettieri della regina" di Halévy), eppure incline a un bozzettismo che farà scuola. In questa idea Usiglio si era trovato benissimo e con lui molto pubblico non solo italiano che ne aveva sancito il rapido successo, affidato alla scioltezza espressiva, alla padronanza stilistica, all’impressione di non voler mai strafare, anche quando si era trovato a metter le mani su libretti francamente modesti.
Non è escluso che a questo buon senso professionale abbia giovato la sua formazione fuori dalle scuole pubbliche - era figlio di un avvocato ebreo di San Lazzaro - cominciata a cinque anni con Giuseppe Barbacini a Parma, poi con Giovanni Rossi a Fidenza e infine a Firenze con Teodulo Mabellini, e condotta in parallelo a interessi come quello per la matematica, di cui resta un trattatello di sua mano nel ricco fondo archivistico Usiglio conservato nella Sezione Musicale della Biblioteca Palatina, vera miniera per la ricostruzione della sua personalità. E infatti solo un carattere schietto e intraprendente avrebbe potuto non abbattersi al primo insuccesso fra le mura di casa, quando "La locandiera", dopo la buona accoglienza milanese, era scivolata sotto i colpi di qualche fazione alla prima parmigiana.
Usiglio aveva allora ventun anni e dovette capire subito in che mondo aveva deciso di cacciarsi. Dovette anche aver capito che, smussando certe goffaggini, avrebbe potuto trovare spazio in un agone non affollato. Nacque da qui il compositore che per un quarto di secolo rimarrà senza rivali nel buffo in Italia, capace di "ammannirti a tempo debito la cavatina, la ballata, il brindisi, l’esplosione pornofonica, il valzer cantabile, il parlante nel pretto stile della vecchia scuola, il pezzo concertato innanzi alle fiammelle della ribalta".
Ora, esplosione pornofonica a parte, non è difficile riconoscere in questa sequenza dell’articolo del "Teatro illustrato" gli stralci di un mondo operistico borghese, docile e lontano da velleità avanguardiste, eppure capace d’imporre una propria cifra non di maniera, appoggiata all’effetto scenico e a un’orchestrazione equilibrata. Doti invero di matrice verdiana, e non è un caso che Verdi tenesse Usiglio fra i suoi più competenti interlocutori, affidandogli anche una confessione su "Aida" in una lettera rimasta famosa. Si capisce quindi cosa intendesse la stampa definendolo compositore spontaneo, dilettevole, simpatico e mai noioso; ma forse qui l’uomo si portava dietro la musica: la barba foltissima, la corporatura massiccia, il carattere esuberante ed energico ne facevano una persona di modi franchi, gran parlatore, cólto, amante del buon mangiare e del buon vino, al punto da incorrere in disavventure come quando a Perugia nel 1874 pare fosse stato obbligato a farsi sostituire alla direzione di "Aida" perché alticcio.
Proprio come direttore, a dispetto della solida fama raggiunta come compositore, Usiglio ha lasciato una traccia meno visibile ma più produttiva. Sul suo carnet ci sono, sì, la prima della seconda versione del "Mefistofele" di Boito a Bologna nel 1875, la prima italiana dello "Hamlet" di Ambroise Thomas alla Fenice nel 1876, "Carmen" a Milano, il "Requiem" di Verdi a Orvieto e "Otello" a Modena, ma soprattutto una trentina d’anni sui podii di mezz'Italia ove ha lasciato in eredità, insieme alla generazione dei Muzio, dei Faccio, dei Giovanni Rossi, dei Mariani, uno stile caratterizzato tanto da quelle varietà agogiche che Verdi riteneva implicite (e che tuttora molti interpreti ignorano) quanto da un rude impatto timbrico e dinamico (da cui la "pornofonia", i volumi dirompenti di cui sopra). La sua carriera di compositore, di fatto, terminò assai prima di quella di direttore, che si chiuse nel 1897. Da cinque anni il gaudente Usiglio aveva messo la testa a posto sposando il soprano Clementina Brusa, che morirà tre mesi dopo di lui, lasciando un piccolo capitale al Conservatorio di Parma per l’istituzione di un premio per un’opera buffa, destinato a durare alcuni decenni. Ormai sordo, negli ultimi anni lo si vedeva sempre meno in giro per buffet e salotti, sempre meno i musicisti che frequentavano la sua casa in Via del Crocifisso a Milano: lì si congedò dal mondo, un mondo che in quel momento impazziva per le operette di Lehár.

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