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Arte-Cultura

Un segno privato per i castelli di Barani

Un segno privato per i castelli di Barani
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Tiziano Marcheselli

Quando mi è arrivato il bel cataloghino quadrato dell’amico Bruno Barani, architetto per conforma-
zione mentale, politico per ragioni geografiche e artista per colpa (o merito?) della foglia d’oro, ho pensato subito che i «castelli» del titolo fossero stati sognati dall’estroso Bruno durante mini-sonni magari nel corso di qualche noioso consiglio comunale, qualche trasferimento automobilistico o qualche lezione scolastica a ragazzotti che pensavano soltanto ai fatti loro (o, magari, a niente).
Mi sbagliavo, e non di poco. Intanto, i dipinti (o collage di idee, o fogli di carta antica come la strana sensibilità dell’uomo moderno e come la cultura dell’oro) sono tutti di formato centimetri settanta per settanta, e quindi non piccole tessere di un unico mosaico storico; poi, il viaggio a volo d’uccello su questa ricca fioritura di manieri, sorti nei secoli non alla rinfusa ma come tappe di vicende complesse e di evoluzioni di famiglie possenti, non è soltanto il riassunto della geografia di un territorio, ma costituisce un autentico e ponderoso tomo di una biblioteca senza confini e senza tempo.
Con la fantasia dell’ammirazione, potremmo definirli «progetti poetici» o «disegni spirituali che non diverranno mai realtà»: un po' perché realtà la sono già stata, e un po' perché i contorni di torri e merlature appaiono più come ferite indolori di lamette che come robuste balconate di pietra.
Ecco, questa, credo sia proprio la filosofia artistica di Bruno Barani, come - del resto - abbiamo recentemente constatato nella mini-mostra in uno studio di architettura in zona Centro Torri: allora erano ritratti, oggi sono castelli. ma sempre amati e familiari, a cominciare - ovviamente - dal maniero sotto casa di Montechiarugolo, visto, sognato e pensato in cinque contesti differenti; c'è il sole rosso come strappato al cielo, la torre gialla che sorge tra le quinte opache, la luce del perimetro illuminato dall’oro, i gialli familiari della luna che riscaldano una terra assopita color del cioccolato; fino al tocco estremo, essenziale: il bianco su bianco, la neve come annullamento, come silenzio del colore, come orma che sta sprofondando nella memoria di paesaggio.
Poi, le altre pagine di questo libro, antico e moderno al tempo stesso, raccontano, sempre in punta di piedi e con il pudore dell’innamorato in attesa di un cenno affettuoso, l’oro della sera a Torrechiara, con il castello giallo come la famosa «Camera d'oro» del Bembo; il trionfo della roccia vulcanica dentro e fuori Bardi, con le torri del castello che diventano prezioso gioiello; la montagna misteriosa sotto Compiano (antro di orsanti giramondo?, con il passato analizzato ai raggi X); l’antico Felino chiuso a riccio in se stesso, intorno a un intenso cortile carminio; la rocca di Sala Baganza, impaginata tra piazza e cielo; l’armonioso Fontanellato, tra i confini della acque e i disegni di un pittore paradisiaco; e le pagine volanti della principesca Soragna.
C'è tutta la storia della ricca provincia parmense, filtrata attraverso le geometrie spirituali di un architetto innamorato del segno: un segno che pian piano si è fatto alfabeto privato. Un segno come sogno.

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