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Fino all'ultima stazione

Fino all'ultima stazione
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Lisa Oppici

In un anno di celebrazioni e rievocazioni tolstoiane com'è questo 2010 (centenario della morte dell’immenso autore di «Anna Karenina» e di «Guerra e pace»), non poteva non essere riproposto un vero e proprio gioiellino sullo scrittore russo come «La fuga di Tolstoj» di Alberto Cavallari, uscito una prima volta nel 1986 da Einaudi e ora riedito da Skira in un bel volumetto di notevole gradevolezza anche grafica. Un gioiellino, davvero: un piccolo-grande volume (sono 110 pagine appena: si legge tutto d’un fiato senza staccarsene se non alla fine), lavoro prezioso di un grande giornalista che qui sa mettere a frutto il mestiere di cronista e le sue caratteristiche doc (ricerca delle notizie, senso dell’indagine, fiuto sul «caso» da approfondire) con un gusto della scrittura da autentico romanziere. «Questa cronaca ricostruisce la fuga di Tolstoj - all’età di 82 anni - dalla notte del 27-28 ottobre 1910 alla sera del 31, e si arresta alla stazione di Astàpovo, dove la fuga cessò; non racconta quindi i sei giorni che lo scrittore trascorse alla stazione, morendovi la mattina dal 7 novembre. Ciò che interessava, infatti, era solo il tema della fuga, compreso l’intreccio dei significati possibili: la fuga dalla morte, la fuga/rivolta, la fuga/libertà. Interessava sapere come Tolstoj fuggisse, non come morisse», spiega Cavallari nella sua breve introduzione, cogliendo appieno tutto il fascino e la fecondità che la fuga di Tolstoj reca in sé: una fuga che in effetti ha un che di misterioso e strano, e invita all’indagine; una fuga così romanzesca e così apertamente tolstoiana, così vicina a quelle (effettive o sognate) dei suoi personaggi e dei suoi libri, da suggerire il cortocircuito fra vita e letteratura. I fatti sono noti: nella notte fra il 27 e il 28 agosto di cent'anni fa Lev Tolstoj reagisce d’impulso all’ennesima intrusione della moglie: dopo averla sorpresa a curiosare nelle sue carte («Era sua moglie Sof'ja che cercava, che probabilmente leggeva qualcosa») fa preparare poche cose e parte, se ne va. Fugge: «Avvertì che disgusto e rivolta aumentavano, si sentì soffocare, si contò le pulsazioni, 97 battiti, non poté più restare a letto. S'alzò, prese la decisione di andarsene da Jasnaja Poljana. Si era prodotto in lui lo choc che lo forzava a farlo»). Fugge. In piena notte. In fretta e furia, perché c'è la minaccia del risveglio della moglie: quando Sof'ja si sveglierà, lui (accompagnato dalla figlia Saša, da sempre sua complice, e dal medico Makovickij) deve essere già lontano, e lei non deve aver modo di raggiungerlo. Fugge, Tolstoj, da una moglie sempre più invadente e difficile da «governare», amata ma anche, ormai, mal sopportata («Notte e giorno voleva percepire i suoi movimenti, le sue parole, tenerlo sotto controllo»); dai contrasti tra questa e i «discepoli» più vicini allo scrittore - primo fra tutti il segretario Certkòv -; dai dissidi familiari in genere (dai sospetti e dalle gelosie che minano dall’interno una serenità sempre più utopica); dalla vecchiaia e dall’odore della morte; dai sensi di colpa per la distanza stridente tra la sua ricchezza e la sua vita tutto sommato agiata da un lato e il «pauperismo» predicato dall’altro. Scappa, Tolstoj, in treno. Il suo è un viaggio a tappe, tappe di fuga quindi davvero quasi casuali: stazioni e posti diversi, anche il miraggio di una casa presa in affitto per rimanerci un poco, fino ad Astàpovo, alla stazione in cui il 7 novembre muore, vinto dalla febbre e dagli affanni, sotto gli occhi di mezzo mondo. Un viaggio difficile, complesso, pieno di contraddizioni e anche di tira e molla: «Fuggire e non fuggire, andare lontano e anche vicino. Perché il suo itinerario prese un disegno a zig-zag, diventò quello di un uomo che gira intorno alla sua trappola»; e ancora: «un viaggio cominciato per andare lontano, ma diventato tortuoso e difficile pur di restare vicino». Cavallari questa storia (e le sue mille contraddizioni, in primis interiori: nella mente dello scrittore) la ripercorre tutta, la ricostruisce con una precisione filologica, facendo innanzitutto un gran lavoro d’intarsio: la sua è una rievocazione «elaborata tessendo e annotando testimonianze varie, ricostruzioni precedenti e incomplete, spesso ricorrendo al semplice montaggio di schegge narrative preesistenti, e a vere e proprie ''trascrizioni''». Mette insieme saggio, teatro (all’inizio ci sono personaggi e luogo dell’azione, a definire la scena), cronaca e romanzo (ci sono squarci narrativi molto intensi, ariosi, belli, da grande scrittore: momenti di letteratura vera) in un amalgama virtuoso che è senz'altro uno dei punti forti del volume. E scrive un gran libro, una sorta di «esegesi della fuga» nei suoi significati più alti, prendendo il caso di Tolstoj come esempio quasi paradigmatico (perché la sua fuga è davvero, come dice all’inizio, la «fuga dalla morte», la «fuga/rivolta», la «fuga/libertà») ma parlando non solo ai tolstoiani. È un libro che va più in là, che ci mette di fronte a parole grandi (quelle che di solito si scrivono con le iniziali maiuscole), e che anche per questo non invecchia: assolutamente da leggere.

La fuga di Tolstoj
Skira, pag. 110, €15,00

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