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New York vista senza veli

New York vista senza veli
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Edda Lavezzini Stagno

Un’occasione per conoscere la Pelanda, il vecchio mattatoio di Testaccio a Roma trasformato in una struttura di oltre 500 mq, che ospita eventi e esposizioni legate al Macro, nuovo Museo di arte contemporanea della Capitale.  L’occasione me l’ha data la bellissima mostra «Nude City» di Bernardo Siciliano (fino al 25 luglio). Siciliano è un quarantenne, che comincia a dipingere da ragazzo, che espone da presto nelle migliori gallerie. I pastelli su carta in mostra per la prima volta nel 1986 sono accompagnati da una testimonianza «poetica» di Attilio Bertolucci: «le terre della cromia mediterranea, leggera come la polvere perduta dalle ali delle farfalle»; nella serie di paesaggi romani esposti nel '91 alla Galleria Il Gabbiano, è Roberto Tassi che interviene nel catalogo, sottolineando l’adesione di Siciliano alla pittura di realtà, sostenuta dalla materia «tesa, lavorata, sincera».
Roberto Tassi ha creduto molto nella pittura del giovane Bernardo. Ha avuto ragione, e sarebbe contento di vedere il suo indiscusso successo, un consenso internazionale. Siciliano, sente l’attrazione per il paesaggio urbano che esprime nei quadri dedicati a Roma. Ma il fascino esercitato su di lui da New York lo spinge, nel 1996, a traferircisi decidendo di vivere nel cuore dell’esperienza americana, per scoprire la città vera, le sue luci, le forme, gli spazi. Comincia a dipingere la città d’adozione, i volumi severi delle sue periferie, il tempo scandito delle strade vuote, i parcheggi immobili, i chiaroscuri disegnati da raggi radenti. Ma veniamo alla mostra in corso, che accoglie subito il visitatore con otto nudi femminili di grandi dimensioni, otto donne fiere, che non vogliono essere erotiche, che non vogliono essere provocanti, ma provocare, questo sì: lo sguardo penetrante, difficile da sostenere, mette in difficoltà chi le guarda, suscitando sensi di colpa per i tanti tipi di violenza subiti. Sguardi che denunciano un controllo del proprio corpo e prevedono un dibattito sul potere, tra il fisico e il culturale. Nella seconda sala della Pelanda una ventina di quadri piccoli propongono visioni della città in cui vive l’artista romano. Una città particolare New York, costretta dai confini naturali a svilupparsi in altezza, e Siciliano proprio dall’alto la guarda esplorandola senza invadenza, e usando, dalla sua tavolozza, i blu, i grigi tenui un po' lividi delle visioni notturne, accanto ai gialli e arancioni delle giornate solari. Tutto con gesti rapidi, pennellate decise. I suoi dipinti mettono a fuoco i dettagli, dando chiarezza anche alle immagini più lontane. Bernardo attraversa la città diventando parte dei palazzi, dei mattoni, dell’acqua, dei ponti, del traffico.  Oggi, con «Nude City», l’artista racconta quello che è sempre stato il filo conduttore del suo lavoro. Ama rappresentare una New York più nascosta, diversa da quella turistica e famosa, ma autentico specchio degli Stati Uniti. «In “Nude City” ho voluto anche dipingere, oltre la “città nuda”, alcune figure femminili - sottolinea l’artista - raccontandole attraverso il loro “corpo”, quasi desiderando che questi soggetti e questi nudi potessero “respirare”, grazie a una narrazione niente affatto naturalistica, legata invece a una ispirazione e a un vero e proprio sentimento di classicità». «Nude City, città svelata, denudata, spogliata. In realtà pittura nuda» scrive Lea Mattarella sul catalogo Silvanaeditore.  Perché per Siciliano un frammento di muro o un ginocchio, l’azzurro di un cielo o quello di un iride, una mano, un piede o un ponte sono esattamente la stessa cosa. Nessuna differenza.

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