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E la scultura rinacque

E la scultura rinacque
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 Pier Paolo Mendogni

 
Bisogna guardarlo bene, con molta attenzione, magari con l’aiuto di uno strumento ottico, il volto di quel autorevole giureconsulto, ritto in un’edicola gotica con due piccoli profeti alla base dei pilastrini, che si protende da una parete della Collegiata di Santa Maria Assunta di Casole d’Elsa; è uno dei più straordinari realistici visi dell’inizio del Trecento scolpito da Marco Romano, un artista di cui non si hanno molte notizie ma che ha eseguito significative opere anche a Cremona e a Venezia. E proprio partendo da questa scultura nel Museo civico del medievale comune senese è stata allestita (fino al 3 ottobre) la mostra «Marco Romano e il contesto artistico senese tra Duecento e Trecento» curata da Alessandro Bagnoli. Il personaggio raffigurato è l’illustre uomo di diritto messer Bernardino detto il Porrina della potente famiglia ghibellina casolese degli Albertini, il cui fratello Ranieri è stato vescovo di Cremona dal 1296 al 1312. I due appaiono insieme in un affresco nella loro cappella, situata nella stessa chiesa, eseguito da un pittore duccesco della prima generazione, mentre vengono presentati alla Madonna col Bambino, che siede su un imponente trono marmoreo, rispettivamente da San Michele Arcangelo e da San Nicola. Il piccolo ambiente originariamente era tutto affrescato ma oggi restano solo alcuni lacerti tra cui il «Cristo giudice tra gli angeli». Il Porrina scolpito indossa una lunga veste pieghettata con sopra un mantello; nella mano destra tiene un volume e dalla cintura pende una cesellata spada per sottolineare le sue qualità di uomo di legge ma anche di azione. Il capo è ricoperto dalla classica berretta da uomo di legge un po' afflosciata che inquadra il volto tondeggiante con la fronte solcata da rughe, lo sguardo intenso, il naso carnoso tra gli zigomi pronunciati, la bocca stretta su un mento lardosamente sporgente: un brano di eccezionale virtuosismo realistico, a suo tempo accentuato dai colori naturalistici rintracciati nella mano destra. Porrina e Ranieri pare abbiano conosciuto Marco a Roma e l’avrebbero convinto a lavorare nella loro terra, come dimostrano la bella «Testa di profeta» in alabastro calcareo, splendida per la forza espressiva del volto mentre la barba e i capelli sono modellati all’antica, e il Crocifisso di legno intagliato e dipinto, eseguito per la chiesa di Radi di Montagna, zona di influenza degli Albertini: un drammatico «Cristo patiens» col costato ferito da cui traspare la carne viva, che trasuda un sentimento di dolorosa intimità. Lo scultore romano potrebbe avere lavorato anche nel cantiere del Duomo di Siena entrando in contatto (o in competizione) con Giovanni Pisano. E proprio per questo in mostra le opere di Marco vengono confrontate con due capolavori di Giovanni, il grande Crocifisso ligneo - eccezionale per dinamismo e potenza espressiva - proveniente dai Musei Statali di Berlino e la barbuta «Testa virile» - di una vivace comunicatività - che faceva parte della fontana maggiore di Perugia. Recentemente lo storico dell’arte Giovanni Previtali è riuscito a riannodare i fili del percorso di Marco, individuando la sua attività nel duomo di Cremona dove, chiamato dal vescovo Ranieri, ha scolpito nella facciata le statue della Madonna col Bambino, Sant'Imerio e Sant'Omobono prima del 1312. Ma la chiave che ha permesso la ricostruzione (ancora parziale) del catalogo dell’artista è stata la statua di San Simone nell’omonima chiesa di Venezia che reca la scritta «Collavit Marcus opus hoc insigne romanus laudibus» con la data 4 febbraio 1318: il collegamento fra il santo veneziano e la testa di profeta di Casole è palese e da qui si sono ramificate le altre assonanze che hanno consentito di delineare l’importanza della figura di Marco nell’ambito della scultura senese e italiana, la sua moderna concezione del linguaggio scultoreo come sintesi del naturalismo gotico francese e del classicismo italico così da dar vita a una nuova rappresentazione della realtà, composta e penetrante anche fisiognomicamente. Da Venezia sono giunti i suoi affascinanti Angelo annunciante e Vergine annunciata in marmo dipinto e dorato. La rassegna comprende anche diverse altre opere come il Crocifisso ligneo dipinto dell’Osservanza di Montalcino, che dopo il restauro appare riconducibile alla cerchia di Marco. Del percorso espositivo fa parte il Monumento funebre del vescovo Tommaso Andrei, morto nel 1303, scolpito da Gano di Fazio e posto nella Collegiata; realizzato in marmo grigio, sono state trovate tracce di policromia in quanto era stato dipinto dal Maestro di Badia a Isola. Per meglio comprendere la produzione pittorica del tempo viene esposta la «Madonna col Bambino» del giovane Simone Martini che nel contesto  raffinato del linguaggio gotico ricerca una maggiore naturalezza espressiva nei volti della Vergine e del Bambino. Diverse tavole a fondo oro di maestri legati alla matrice duccesca e sculture di Tino da Caimano e altri maestri senesi completano la rassegna. 
 
 

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