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Arte-Cultura

L'ultimo "giro della morte"

L'ultimo "giro della morte"
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Lorenzo Sartorio

Quando i luna park, meglio i «baracón» primaverili e estivi,  sbocciavano nel cuore di Parma con  le loro luci, il
loro frastuono, la loro allegria e il loro  profumi  di vaniglia, croccanti e zucchero filato,   d’ogni tanto,  portavano qualche novità per  attrarre   sempre  più la gente. E se  la  «Fèra äd san Giusép», un anno,   fece provare ai parmigiani l'ebbrezza della «ruota panoramica»  allestita  nell’ area ex Gondrand, il luna park estivo  che si accampava in Cittadella,  propose in una lontana estate  anni Sessanta  una sorta di trenino che  ondeggiava  su  tortuose   montagne russe  e,  dopo alcuni giri,  uno spesso  telone copriva   i  vagoni per consentire   ai morosi di scambiarsi   pudibonde  effusioni che un tempo non erano  consentite  in pubblico.
Ma,  fra le varie attrazioni    dei «baracconi parmigiani» una,  in modo particolare,  attraeva  i giovanotti dell’epoca quando,   in occasione della  Fiera  di San Giuseppe,  veniva installata  in via Costituente. Si trattava di un gruppo di  acrobati che effettuavano  il «giro della morte»  su apposite motociclette   all’interno    di una sfera infernale. Un numero davvero  mozzafiato  che faceva stare  tutti,  uomini e donne,  giovani  e anziani,  con un palmo di naso  nell’osservare quei «matti» che,  a cavallo  di   roboanti motociclette,    roteavano  intorno come palline.  Campione di questa specialità  circense  era  una famiglia  parmigiana:  i Boni.
 Il capostipite   fu Giuseppe,   «pramzàn  dal sas» di borog Bartàn,   nato nella  stessa casa  dal grande  poeta dialettale Gigèn Vicini,  il quale  con  il figlio Vittorio, attuale gestore  del trenino  del Parco Ducale, fu uno dei più noti virtuosi  del «Globo della Morte».  Giuseppe  Boni,  «Pippo» per gli amici,  dopo la guerra che lo vide marinaio sull’incrociatore Cadorna,   nel 1946   conosce  tale Musso, piemontese, titolare  del «Globo della Morte»,  viene assunto e in seguito  diventa socio. Nasce così  la «troupe  Boni’s» composta da Giovanni Musso e Ginetto Variotto esperto nei vari trucchi  del globo che insegna  a Boni.
Nell’estate del 1958 Vittorio Boni, figlio di Giuseppe,  si aggrega  alla compagnia, si appassiona  a questa spericolata  arte del brivido,   abbandona   gli studi e diventa acrobata delle moto a tutti gli effetti. I «Boni’s» si esibiscono in tutta Italia  effettuando  tournée  anche all’ estero.  A questo punto,  i ricordi di Vittorio diventano   «amarcord» in bianco e nero come un film neorealista.  La troupe,  a bordo di camion «musoni»,  in  assenza  di  autostrade  e   superstrade,    è  costretta  a percorrere  strade statali  e  passi alpini e appenninici  che fanno  sbuffare  quei vecchi autocarri che tossiscono  come anziani asmatici. Le soste  notturne  non prevedono  pernottamenti   in alberghi  o motel,  ma  solo   sulla  cabina del camion per riposare   qualche ora  mentre  la  rugiada  dell’erba serve   per rinfrescare  il viso  e  riprendere  il cammino.
L’ultimo  «globo della morte», nella nostra città,  fu   installato  nel 1964  in via Costituente,   poi negli anni Settanta  Boni padre e figlio decidono  di  lasciare.   Il  rischio  non paga più. Giuseppe   e Vittorio optano   per l’installazione    di un’ attrazione  meno pericolosa, una  sorta di giostra all’interno della quale,   chi entra,   ha  la ventura di aggirarsi   in un girone  dantesco  con tanto di demoni minacciosi, fiamme (finte) che lambiscono  i vestiti,  forche, grida,  teschi,  trapassati e  fantasmi.  Sì,  insomma,  una sequenza  da Dario Argento  e  famiglia Adams.
Ora Vittorio, all’ombra   dei secolari  tigli   del Parco Ducale,  è il premuroso  gestore del trenino che ogni giorno trasporta  i bambini sulle   rotaie  dei sogni e della spensieratezza.  Il «globo della morte», ormai,  per Vittorio, non è che un lontano, lontanissimo  sogno  di   quando   il mondo  gli ruotava  attorno a velocità impressionante  come gli anni della vita. Di questi  «eroi dei baracconi», però,    è rimasto  il ricordo che profuma  ancora di frittelle,  croccanti e zucchero filato.
 

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