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Le alte parole dei Nobel

Le alte parole dei Nobel
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Francesca Avanzini

Disse Iosif Brodskij nel suo discorso per il conferimento del Nobel del 1987: «... per uno che ha letto molto Dickens sparare su un proprio simile in nome di una qualche idea, è impresa un tantino più problematica che per uno che Dickens non l’ha letto mai».  Mai, nelle parole di chi ha ricevuto il Nobel, c'è incitamento alla violenza. Alla giustizia, magari, alla responsabilità e alla resistenza contro la tirannide - perché, come dice Herta Müller, Nobel 2009, «più parole possiamo prenderci, più siamo liberi» - ma mai alla violenza. Parole come correttivo alle paure di qualsivoglia tipo che attanagliano la civiltà occidentale, come sprone al coraggio. Parole che spingono persone comuni, come voi e me, a trovare il fegato di testimoniare, facendole uscire, queste parole, «clandestinamente dalle prigioni, su frammenti di carta, mettendo a repentaglio la propria vita». La citazione è di Nadine Gordimer, che ricorda anche, nel suo discorso per il Nobel del 1991, come le parole siano antidoto all’egoismo: «Lo scrittore comincia a saper entrare in altre vite. Il processo di distacco e di coinvolgimento è iniziato». La democrazia, quindi, che spinge verso gli altri, lontano dal campanile e dal familismo autoprotettivo, è uguale a più libertà e più parole. E viceversa. È meritorio da parte di Daniela Padoan aver raccolto i discorsi dei premi Nobel dal 1921 fino ad oggi, con particolare attenzione a quelli che, come spiega la curatrice stessa nell’appassionata introduzione, «sembrano privilegiare un sentimento di responsabilità verso gli uomini».  Il titolo del libro «Tra scrittura e libertà», è già una dichiarazione di intenti, e fa piacere notare che dal 1921 al 2009 sono poche le date che mancano.
Il Nobel, quasi come ammortizzo e deterrenza, fu istituito nel 1901 dalla stessa persona che aveva inventato la dinamite. Non prevedeva all’inizio, per chi lo riceveva, che un breve discorso di ringraziamento, il Discorso del Banchetto. Solo nel 1921, con W.B. Yeats, invalse l’uso della lecture. In questi discorsi di accettazione, alcuni autori preferiscono parlare della propria poetica - mai avulsa dalle condizioni storiche e politiche in cui vivono - altri, come Thomas Mann nel 1929, dedicano l’onorificenza tout court al proprio paese lacerato, perché «allontanarsi dall’individuale è sempre cosa buona». Comunque li si leggano, i discorsi dei Nobel sono nutrienti, offrono spunti immediati per cambiare la propria esistenza - «che cos'è la poesia che non salva i popoli né le persone», si chiede C. Milosz - ed è convinzione diffusa da Paz a Soyinka a Mahfouz, che la letteratura, più ancora della religione e delle varie filosofie, offra risposte. Secondo Nadine Gordimer, «non esiste altra via per raggiungere la comprensione dell’essere». Sono parole alte, vertiginose, queste dei Nobel, ma mai inamidate, e se una differenza si deve cogliere, è, curiosamente, quella tra uomini e donne. Dove gli uomini tendono a essere non formali ma timidi, quasi impacciati od oberati dal peso dell’onorificenza, le donne sono concrete, parlano di cose, tirano subito dentro il discorso con esempi pratici: il fazzoletto di Herta Müller, la vecchia cieca di Toni Morrison, la ragazza assetata di Doris Lessing che legge Anna Karenina nel deserto. Tutti i premiati sono troppo intelligenti per fare discorsi d’occasione - anche perché il Nobel non viene conferito a chi eccelle formalmente, ma a chi «apporta benefici all’umanità» - e tutti, tutti ci ricordano che la cultura non è il superfluo ma l’imprescindibile. «È vivo o morto, il linguaggio?» è la domanda di Nadine Gordimer. La scrittrice sa che il «suicidio linguistico... è comune tra gli infantili capi di stato e i mercanti di potere... pronto a sollecitare la reverenza degli scolari... a evocare nel pubblico falsi ricordi di stabilità e armonia... Che sia l’oscurante linguaggio di stato o il linguaggio fantoccio di media dementi; che sia l’orgoglioso ma calcificato linguaggio dell’accademia o il linguaggio della scienza guidato dal mercato..., è il linguaggio che beve sangue... che nasconde i suoi stivali fascisti sotto crinoline di rispettabilità e patriottismo mentre avanza inesorabile verso la linea di fondo e le menti che hanno toccato il fondo. Linguaggio sessista, linguaggio razzista, linguaggio teistico: fanno tutti parte dei linguaggi della politica del dominio e non possono, e non intendono, permettere una nuova sapienza, né incoraggiare il reciproco scambio di idee». 

Tra scrittura e libertà
Editrice S.Raffaele, pag. 463,  € 21,00 

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