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Vecellio, il genio e i suoi aiutanti

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Una vita lunghissima (sui 90 anni), una produzione enorme (circa 600 opere), una fama eccezionale consacrata dalle richieste di papi, imperatori, nobili e ecclesiastici: questo è Tiziano Vecellio, originario di Pieve di Cadore, la cui produzione ha fortemente segnato tutto il Cinquecento tanto da imporre una «maniera tizianesca» diffusasi in tutta Europa.
«L'abilità pittorica, il tocco ineguagliabile, la capacità straordinaria di imitare la natura e rendere animate le cose e le persone ritratte» sono state le chiavi di un successo che gli ha procurato una tale quantità di committenze alle quali ha potuto far fronte solo grazie all’aiuto di collaboratori e garzoni che si sono avvicendati in oltre sei decenni di attività.
Una situazione assai complessa e variegata, che è stata sviscerata con un approfondito studio organico, durato oltre cinque anni, effettuato da Giorgio Tagliaferro (che ha svolto la parte fondamentale in ben otto capitoli su tredici), Benard Aikema, Matteo Mancini e Andrew John Martin, che è stato ora pubblicato da Alinari 24 Ore col titolo «Le botteghe di Tiziano»: un volume di cinquecento pagine, ricchissimo di illustrazioni e corredato da una vasta bibliografia e dall’indice dei nomi. Tagliaferro ha affrontato la vastissima problematica alla radice, mettendo in discussione tutto ciò che è stato scritto in modo approssimativo, encomiastico e non documentato, ripartendo dai dati certi e dall’analisi tecnica e stilistica delle singole opere, riabilitando figure trascurate o trattate superficialmente quali il fratello Francesco, il figlio Orazio, il nipote Marco, Girolamo Dente, Emanuele Amberger. Da tutto questo imponente lavoro di revisione è emerso che non si può parlare di «bottega» in senso stretto in quanto assistenti e garzoni «variavano a seconda dei tempi, dei luoghi, delle specifiche condizioni» bensì di un «sistema Tiziano», un organismo «pragmatico e flessibile» che sapeva adattarsi alle esigenze del maestro e del marcato. Il primo atto che attesta la presenza di «do zoveni» a fianco del Vecellio - che aveva tra 22 e 28 anni e che da un decennio si era trasferito a Venezia - è del 1513  quando viene incaricato di dipingere la «Battaglia di Spoleto» per la sala del Maggior Consiglio. Nel 1516 però Tiziano aveva già organizzato una officina capace di far fronte contemporaneamente a richieste impegnative quali la pala dell’Assunta per i Frari, la «Battaglia» e lui compiva il viaggio a Ferrara per compiacere Alfonso d’Este.
Sui collaboratori del maestro fino agli anni Trenta le notizie sono scarse, ma un ruolo particolare ha rivestito il fratello Francesco, che viene rivisitato iniziando dall’età: non più primogenito ma nato intorno al 1494: quindi niente «guida» per Tiziano, che portava il nome del nonno. Tre testimonianze artistiche e documentarie tra il 1524 e 25 sono le basi da cui Tagliaferro è partito per ricostruirne il profilo nonché il rapporto col più celebre fratello; ed emerge che i due erano molto legati anche nella gestione del patrimonio e degli interessi di famiglia.
Sul piano artistico Francesco operava come assistente del fratello ma aveva pure un’attività autonoma. L’altro collaboratore principale del maestro in quegli anni era Girolamo Dente, che era stato accolto nella bottega come un figlio. Nel 1531 Tiziano trasferiva abitazione e laboratorio a Biri Grande nella parrocchia di San Cancian, dove rimaneva fino alla morte (agosto 1576). Ristrutturava i locali così da avere uno spazio chiuso per sé in cui progettava le opere e spazi condivisi con assistenti e garzoni nei quali avveniva la realizzazione delle opere stesse.
L’ampliarsi della sua fama gli procurava tantissime commissioni  imponendo «un’adeguata organizzazione del lavoro di bottega» per poterle soddisfare e il contributo degli assistenti risulta fondamentale nella produzione, anche in quella dei ritratti (circa 150). Nonostante la sua avversione ai viaggi doveva recarsi due volte in Germania (1547 e 1550) alla corte di Carlo V e così riceverà richieste non solo dall’imperatore ma anche dalla sua corte. Uno sforzo enorme al quale farà fronte anche grazie alla maturazione del figlio Orazio e alla creazione di una squadra compatta in grado di esprimere una maniera «riconoscibilmente tizianesca».
Negli anni Sessanta entravano pure il nipote Marco e il tedesco Amberger. Risultato di questa pianificazione produttiva sono, tra l’altro, le replicate scene mitologiche (con varianti) della Danae, Venere e Adone, Venere col musicista, Diana e Callisto. Anche nell’ultimo decennio, quando Tiziano usa una visione sfuocata e talvolta il «non finito», l’attività dell’atelier proseguiva regolarmente con molta intensità e con un sistema che rendeva meno necessaria la presenza del capobottega. Si assiste quindi ad una specie di sdoppiamento tra la ricerca poetica e sperimentale del vecchio maestro e la produzione copiosa della bottega «fabbrica di immagini», dove l’«autografia acquista valore sempre più nominale e meno effettivo». Così le opere dovranno essere analizzate non per rintracciarvi la collaborazione degli assistenti bensì l’intervento diretto di Tiziano.
Le botteghe di Tiziano - Alinari 24 Ore, pag.  504,  Euro 90,00

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