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Murzi: "I poeti? Artigiani che pescano nel pozzo della loro interiorità"

L'amicizia con la Yourcenar e gli incontri con Ungaretti, Dylan Thomas, Solz˘enicyn e Mahfuz

Murzi: "I poeti? Artigiani che pescano nel pozzo della loro interiorità"
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Diceva Marguerite Yourcenar: “Questo mondo è una prigione, ma vale la pena percorrerlo”. Così risponde il “poeta giramondo” Manrico Murzi (Marciana Marina, Isola d’Elba, 1930), ospite d’onore al premio “Predomini” di Calestano alla domanda sul suo essere viaggiatore. E già ci parla della sua frequentazione intima e privilegiata con alcuni mostri sacri della letteratura e della poesia, quali l’amica Yourcenar, il maestro Ungaretti, il complicato Dylan Thomas, i sovversivi Solzˇenicyn e l’egiziano Nagib Mahfuz. E racconta dei suoi viaggi effettivi e interiori nei luoghi del mondo e dell’uomo, ambasciatore per la cultura dell’Unesco e viaggiatore dello spirito, dove dice “s’incontra e si trova sempre qualcosa di noi stessi”.

Come l’Ulisse dantesco, Murzi persegue «virtute e conoscenza».
Solo così possiamo ricostruire la nostra personalità, ma accostandoci sempre con molta umiltà e amore. Perché senza amore non si ottiene nulla.

Viaggiare significa conoscere quindi.
La conoscenza di noi stessi è la cosa più importante. “Conosci te stesso” era scritto sulle architravi dei templi greci. Era fondamentale per tutte le pratiche misteriche, specialmente gnostiche. Noi siamo corpo, anima, ambiente e spirito. Il corpo è mosso dall’anima, educato dall’ambiente (famiglia, amicizie, legami sociali) e tutte queste componenti nutrono lo spirito che è individualmente riconoscibile, anche se universale. Il nostro fisico è una barca che porta il nostro spirito. E lo spirito è alla base della poesia.

Però, specialmente oggi, ci sono tanti che si definiscono poeti e artisti, ma non lo sono davvero.
La poesia è sempre rapporto, comunicazione. Se non comunica, non è poesia. Non può stare in una torre d’avorio. Deve “fare” e infatti viene dal verbo greco “poiein” che significa fare. Per questo prima di essere artisti bisogna essere artigiani. A questo s’aggiunge l’intuizione, ovvero pescare nel pozzo della nostra interiorità.

Da dove viene l’intuizione?
Occorre distinguere tra cervello e mente. Cervello è un luogo fisico e non contiene tutto. Ma noi siamo mente e abbracciamo l’universo. Bisogna essere “orientati” ovvero avere conoscenza delle dimensioni che la nostra mente può abbracciare.

Nietzsche ha scritto: «Bisogna avere il caos dentro di sé per partorire una stella danzante».
Caos in preomerico significa “sbadiglio”, sbadiglio del risveglio, luogo quindi dove si crea, dove si genera la luce che abita il buio.

Cos’è questa luce?
La luce è il lampo di Dante alla fine della Commedia, quando l’opera è compiuta e viene investito di luce. La luce è nella Genesi. E luce fu.A ll’inizio della Genesi c’è la lettera “bet” che è una parentesi quadra, a dire che prima c’era altro e non il nulla. La luce è la vibrazione della parola di Dio, la luce è poesia. E la poesia è vibrazione luminosa.

Lei ha scritto anche testi d’approfondimento religioso, come “Lettere sul Vangelo secondo Tommaso” edito da Mimesis.
Sì, anche qui spiego, attraverso un’esegesi delle scritture, come Dio al settimo giorno non riposa (Dio non riposa mai), ma non crea più, ovvero smette di parlare. Ed è il momento dell’uomo per agire e per essere custode dell’universo.

Allora, in qualche modo, anche l’uomo-poeta, l’uomo-artista è come Dio.
Il poeta è artigiano e poi nel suo fare mette lo spirito che permea l’universo e che lui coglie.

Il suo rapporto con Ungaretti?
E’ stato un maestro di libertà, da lui ho imparato molte cose. Poi avevamo anche in comune l’attività paterna di fornaio. Il padre di Ungaretti aveva un forno ad Alessandria d’Egitto.

Lei ha uno stretto legame anche con l’Egitto.
Il mio cognome è d’origine egiziana. Ungaretti era nato ad Alessandria d’Egitto. E al Cairo ho incontrato Nagib Mahfuz, il Nobel egiziano di cui ho tradotto il capolavoro “Il rione dei ragazzi” per il quale siamo entrambi stati condannati a morte dai fanatici Ulema. Non posso più andare in Egitto da allora.

E il suo rapporto con la Yourcenar? 
Una carissima amica. Ho soggiornato nella sua isola al largo di Boston. L’ho tradotta per Bompiani. “Memorie di Adriano” è uno dei libri più belli del ‘900.

Lei ha conosciuto anche Solzˇenicyn e Dylan Thomas. 
Il primo in una dacia dove viveva in “vacanza” forzata e dove abbiamo parlato a lungo di poesia, per nulla di politica. Una persona ieratica e molto gentile. Mentre Thomas era spesso ubriaco e di difficile convivenza. Ogni anno a Torino per il Dylan Thomas Day, facciamo una videoconferenza poetica internazionale. Era un uomo di grande sensibilità. Un altro poeta da me molto amato e che conosco a memoria è Kavafis.

Le sue prossime pubblicazioni?
”Le mosche di Omero”, ossia i fastidi di un poeta. Poi un libretto sulla vita di Modigliani messo in musica. Inoltre un altro volume, come quello dedicato al tavolo intarsiato da Lampridio Giovanardi e di proprietà di Attilio Montorsi, però riguardante un tavolo con la vicenda napoleonica. Poesia e arte quindi. Entrambe sono vie per la libertà. E la conoscenza.

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