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Quei giornali che negavano le Br

ll nuovo libro del conduttore di Matrix, giornalista liberale, contro i concreti pericoli del pensiero unico

Quei giornali che negavano le Br
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C’è un libro che le nuove generazioni, specialmente, dovrebbero leggere. Per la verità è consigliabile anche a quella fascia di ex giovani nati agli inizi degli anni settanta, dunque troppo giovani per sapere cosa stesse succedendo in Italia nei loro primi anni di vita. Scritto nel 1991 da Michele Brambilla, si intitola «L’eskimo in redazione». Varrebbe la pena leggerlo per due ordini di motivi. Il primo è contingente: anche oggi siamo in una situazione paragonabile, immersi in un pensiero unico sul fenomeno del terrorismo islamista. Chi pensa che accoglienza e integrazione siano due etichette vuote, chi ritiene che il fenomeno non derivi da presunte colpe dell’Occidente, chi denuncia la violenza fondamentale di certe interpretazioni, molto diffuse, del Corano, viene trattato come un paria. C’è poi una ragione più storica: occorre conoscere bene il livello di cialtroneria che ha caratterizzato la nostra classe giornalistica e culturale nel ventennio del terrorismo. Uno dei più delicati della nostra breve stagione repubblicana. Che poi sono gli stessi intellettuali che si sono «fatti» establishment spiegando alle nuove generazioni quali errori non fare, proprio loro che ne hanno commessi un’infinità. Criticavano il presunto «regime» di allora per trovare un posto al sole e, quando ci sono riusciti, hanno messo in opera esattamente il medesimo modello di controllo degli spazi culturali che criticavano negli anni settanta. D’altronde era la generazione che inventò lo slogan giornalistico, alla luce di ciò che avvenne, più ridicolo del secolo: «i fatti separati dalle opinioni». Brambilla ci racconta bene come le cronache erano per lo più ideologiche, altro che opinioni. Sentite cosa scriveva l’inventore del fortunato slogan, Lamberto Sechi, del «Giornale» di Montanelli: «Quando ‘il Giornale’ finanziato da Cefis commemora, nel settimo anniversario della morte di Giovanni Guareschi, un uomo che ha dedicato la maggior parte della sua vita alla denigrazione dell’antifascismo e della repubblica, qualsiasi fascista ha diritto di sentirsi, nonché giustificato, riverito, degno di un medaglione su uno di molti (ormai quasi tutti) giornali di regime». Insomma «il Giornale» non poteva e non doveva, secondo l’autorevole opinione dell’inventore dei fatti separati dalle opinioni (regola a cui si sarebbero dovuti attenere tutti i giornalisti a eccezione dell’inventore della stessa), commemorare nell’anniversario della morte il padre di Don Camillo e Peppone, uno degli autori più amati dagli italiani. Come scrive il Nostro, bastava questa commemorazione «per essere ritenuti non solo dei fascisti, ma addirittura dei complici morali dei bombaroli che sterminavano innocenti sui treni». Il racconto di Brambilla è il racconto di un orrore a cui solo pochi si seppero sottrarre: Montanelli, Pansa, Casalegno, Tobagi. È l’orrore, come detto, per il quale nei giornalisti degli anni settanta l’ideologia veniva prima della cronaca. L’orrore per il quale le campagne di stampa hanno armato la mano che ha ucciso il commissario Calabresi. Camilla Cederna (bisognerà dire una volta che non merita neanche un centesimo della correttezza e della fama di cui ancora gode) disse che Calabresi aveva interrogato l’anarchico Pinelli «per 77 ore ininterrotte». Totalmente falso. «Lotta continua» e «l’Unità» si inventarono che Calabresi era un agente della Cia. Totalmente falso. Fu «Lotta continua» a scrivere: «Luigi Calabresi deve rispondere pubblicamente del suo delitto contro il proletariato. E il proletariato ha già emesso la sua sentenza: Calabresi è responsabile dell’assassinio di Pinelli e Calabresi dovrà pagarla cara». E ancora: «Sappiamo che l’eliminazione di un poliziotto non libererà gli sfruttati, ma è questo sicuramente un momento e una tappa fondamentale dell’assalto del proletariato allo stato assassino». E quando Calabresi sporse querela 44 redazioni di riviste politiche e culturali (tra cui alcune cattoliche) sottoscrissero un documento di solidarietà a «Lotta continua». Brambilla racconta l’orrore orwelliano del pensiero unico per cui i manifesti della gente per bene erano firmati da Eco e da Fo, da Scalfari e da Mieli. Manifesti in cui si scriveva: «Combattere un giorno con le armi in pugno contro lo stato fino alla liberazione dai padroni e dallo sfruttamento». E pensare che tanti di quelli che all’epoca firmarono oggi sono i padroni. L’orrore per il quale, nonostante tutte le evidenze, giornalisti come Bocca, Sechi (pensate un po’, ancora considerato un mito del giornalismo), Galli e mille altri ci hanno raccontato per anni che le Brigate rosse erano sedicenti, e che piuttosto era in corso una strategia della tensione sotto la regia della destra. L’orrore della signora Cederna (quanto continua a essere celebrata) che nel 1972 aveva il coraggio di scrivere sull’«Espresso»: «Ho capito da sola in questi anni come è scomodo essere in una minoranza specialmente quando si ha ragione». Poco più giù diceva che Feltrinelli era stato ucciso chissà da chi e non, come si seppe qualche anno dopo (ma tutti sapevano anche allora), per un incidente sul lavoro, piazzando un ordigno su quel traliccio. E la sua supposta minoranza era, piuttosto, la maggioranza degli intellettuali dell’epoca. Brambilla fa un lavoro grandioso: mette in fila questa galleria degli orrori, fa nomi e cognomi, cita date e giornali e mette in evidenza questo impasto di conformismo e di vigliacca omologazione. Merita un posto d’onore in questa nostra Biblioteca liberale, anche se non si tratta di un saggio economico, non affronta questioni filosofiche, ma meglio dei primi e dei secondi racconta il buio della ragione che ha contraddistinto i nostri intellettuali e la nostra cultura. Il fenomeno non era confinato certamente alla sola Italia. I paesi anglosassoni hanno però poi saputo combattere contro questo piatto e ormai canuto conformismo culturale. Oggi la cultura del dubbio, il punto di vista dell’individuo contro quello della massa, il privilegio del pensiero contro il gusto della moda restano merce rara. Negli anni settanta gli intellettuali, che bene descrive Brambilla, erano affascinati dalla rivoluzione e disgustati dalla cosiddetta maggioranza silenziosa. Avevano clamorosamente ingannato e oggi le giovani generazioni e quelle di mezzo pendono dalle labbra di questi vecchi tromboni che hanno sbagliato tutto e dai quali si attendono uno strapuntino o almeno un decente assegno consegnato a margine di uno dei tanti ridicoli premi giornalistici da strapaese che i vecchi arnesi controllano con efficacia.

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