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Romanzi a futura memoria

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Con gli occhiali che gli scendono sul naso, l'affaccendato critico  militante si guarda attorno circondato (minacciato?) com'è da  un mare di pagine che gli giungono da ogni parte. Pagine che  ambiscono a entrare nella storia, e anche a farla. Pagine di illustri  lettori di professione, di intellettuali e docenti, di scrittori e di  giornalisti ai quali non si può non dare ascolto. Pare che improvvisamente oggi, dopo anni di tranquillo pescaggio e ripescaggio, ci si accorga che abbiamo avuto un bello e intrigante   Novecento letterario che non ha ancora cessato d'influire sul  guazzabuglio di questi primi dieci anni del nuovo secolo e millennio. Facciamo un po' di conti. Giancarlo Ferretti con Stefano Guerriero ha pubblicato da  Feltrinelli «Storia dell'informazione letteraria in Italia dalla terza pagina a internet 1925-2009»; Cesare De Michelis ha raccolto  per Aragno i suoi saggi in «Moderno antimoderno»; Angelo  Guglielmi ci fa avere, edito da Bompiani, «Il romanzo e la realtà»; e Guido Davico Bonino, sempre edito da Aragno, ha dato alle  stampe il diario del suo 2009 letterario «Tiro libero», feroce,  pensoso e anche istruttivo calendario di lettura a futura memoria. Con gli occhiali che gli tremano sul naso, il nostro critico  militante - che già per proprio conto  aveva anni fa inaugurato la  serie col suo «Centolibrinovecento» sperando anch'egli nella  futura memoria - cerca a fatica di districarsi fra tanta grazia di  Dio, e di scegliere, di leggere, di confrontarsi con questi mâitres à  penser celebranti e celebrati. Gli si prospetta davanti la storia di un secolo dove romanzo,  poesia, critica, ideologie, sociologie, politiche e religioni di tutte  le parrocchie creano un immenso telero di voci, titoli, echi, date e  ricordi. Il «tiro libero», come suggerisce Davico Bonino, non è  facile, né tantomeno quello mirato; ma semmai si prova la sensazione di navigare dentro una grande famiglia di vivi e di morti,  di sigle, definizioni, profili e parole sentiti e visti migliaia di volte  in un concerto benefico e malefico allo stesso tempo, che invade  la storia, vi si confessa, vi si ritrova e vi si perde con disperazione  e grazia. Angelo Guglielmi ha trovato - pensa il critico - il titolo  giusto, ma ha dimenticato di mettere l'accento sul verbo essere,  sicché la sua cronaca degli ultimi sessant'anni di narrativa italiana dovrebbe intitolarsi «Il romanzo è la realtà», mentre tra  parole che si rivoltano e altre parole ritrovate e risparmiate il  quadro che ci presenta è tutto fuorché un bilancio o una storia  della narrativa, ma semmai è un'analisi dei testi e un ricco  corollario di proposte di lettura che si mescolano ai valori dello  scrivere e del pensare come il puro kitsch si mescola ai drammi del  linguaggio e dell'attenzione critica. E allora il conto è presto fatto.  De Michelis ci parla dall'altra sponda, addirittura da certe lontananze che sembrano inesplorate. Ci parla di Vittorini, Slataper,  Moravia, Svevo, Borgese, Tozzi, Prezzolini, e poi di Magris, Camon, Calvino: rompendo anni di indifferenza e di superficialità e  mettendo «moderno» e «antimoderno» alla frusta della sfida  con quel concetto della realtà che ti si nuove dentro come un  transito continuo di cibo, e che non sai da dove venga e dove vada  a finire. Anche Guglielmi fa dei nomi: Lucarelli, Scurati, Genna,  Veltroni, ma cosa sanno costoro della realtà? Quanta ne mangiano, quanta ne digeriscono e ne restituiscono nei loro romanzi? E allora ecco un'indicazione quanto  mai preziosa di Giuliani:  leggete «Se non la realtà» di Landolfi, il magico e grottesco  Landolfi, forse l'esempio più dirompente che ci consiglia di  lasciar perdere gli Scurati, gli Ammaniti, gli Scarpa e gli Elkan  così fragili e incerti e poveri e comodamente assisi dentro una  realtà che svanisce e che è soltanto il loro piccolo mondo di carta  nel quale s'avvolgono come ragni acchiappamosche. Un Novecento e un inizio di Duemila fatto così è davvero un «tiro  libero» ma su questo argomento non valgono i parametri delle  carriere, non  contano  gli obiettivi obbligati e le reverenze verso le  mansioni ufficiali della letteratura.
Del resto, Guglielmi non può  fare a meno di radunare attorno al più solido torsolo della  propria lettura certe opere di metà Novecento che ne indicano i  più evidenti trapassi; sono «Memoriale» di Volponi, «Fratelli  d'Italia» di Arbasino, «Tristano» di Balestrini, «Il serpente» di  Malerba, «Hilarotragoedia» di Manganelli, «La noia» di Moravia, «Storie naturali» di Sanguineti, «Un eroe moderno» di  Celati: un'altra storia, dunque, che viene da lontano e proprio  come suggerisce De Michelis, tra moderno e antimoderno  -  sempre ammesso che per tale definizione valga il significato  di  un cammino in progress e non soltanto il freddo contatto cronologico che riveste l'abusato e ormai screditato postmoderno.  «Eppure - scrive De Michelis - il romanzo continua a consolarci  di quanto abbiamo perduto nel processo della modernizzazione,  continua a conservare la memoria di quello che ormai non c'è  più, spesso evocandolo con toni elegiaci, com'è inevitabile di  fronte al mistero della morte».
Il romanzo e la realtà - Bompiani, pag. 383,  21,00
Moderno antimoderno - Aragno, pag. 511,  40,00
Storia dell'informazione letteraria in Italia dalla terza pagina a internet 1925-2009 - Feltrinelli, pag. 456,  30,00
Tiro libero - Aragno, pag. 223,  16,00
 

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