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Arte-Cultura

Il San Quirino ritrovato

Il San Quirino ritrovato
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di Renato Cutri

L’ex oratorio di San Quirino, piccolo gioiello del primo Settecento, ha riaperto le sue porte dopo decenni di chiusura e di usi impropri. Il Comune lo ha affidato a un’associazione culturale per aprire anche a Parma un Urban Center. Questa sera, alle 21,30  nell’ex oratorio,  Carlo Mambriani -  professore associato di Storia dell’architettura presso l’Università di Parma e tra i fondatori del Puc - terrà una lezione con immagini  dal titolo «L’oratorio di San Quirino, vicende di un oratorio confraternale dal Basso Medioevo a oggi». Seguirà  una visita guidata alla mostra «Parma 2020» da parte dei curatori Francesco Manfredi, Dario Costi, Luca Boccacci e Michele Zazzi.

Professor  Mambriani, quali furono  le origini dell'Oratorio?

«La struttura attuale fu consacrata nel 1734, ma la storia del luogo di culto è ben più antica. La fondazione del primo oratorio risale a quasi settecento anni fa. Allora la città era più piccola e questo luogo era quasi in periferia, tra una delle porte della città e il torrente. Qui era sorto un ponte, detto dei Salari, difeso da un torrione e qualcuno, forse soldati tedeschi, dipinse un’immagine di San Quirino, che presto fu venerata come miracolosa. A fianco del più antico oratorio, proprietà dei vicini padri Carmelintani, ne sorse un altro, officiato da una confraternita di laici. Per secoli essi rimasero contemporaneamente in uso, ma nel 1718 i confratelli decisero di sfruttare entrambe le aree e costruire un tempio più vasto».

A chi si deve il progetto dell’edificio attuale?

«Ci fu una specie di concorso, cui parteciparono Abbondio Bolla, un capomastro, Edelberto dalla Nave, figlio di un funzionario del Comune, e il conte Del Becco, dilettante di architettura. Dopo molte traversie e incomprensioni prevalse il disegno di Dalla Nave, che è ancora conservato tra le carte della Confraternita in Archivio di Stato. Forse durante l’esecuzione ci furono ripensamenti, dovuti ai soliti problemi finanziari e al crollo parziale della sagrestia, per colpa di una paurosa piena nel 1732. Così, alla fine, la facciata fu realizzata seguendo un’idea meno costosa. Ma l’interno è conformato in maniera piuttosto fedele all’idea originaria».

Nonostante il degrado dovuto a tanti anni d’incuria, le decorazioni visibili sembrano pregevoli...

«Gli affreschi, anche se molto ridipinti nell’Ottocento, si devono a Giovanni Bolla, pittore attivissimo e celebre del primo Settecento parmense, gli stucchi a Pietro Reti, discendente dalla celebre stirpe di stuccatori lombardi che lasciarono tante opere nella nostra città. C’erano anche quadri di Clemente Ruta e Pietro Righini, due dei quali sono oggi conservati in Comune...».

Si deve al fatto che la proprietà dell’edificio è comunale?

«Sì, dal 1912, quando molte confraternite laicali furono soppresse e il loro patrimonio espropriato a fini pubblici: è la stessa ragione per cui il Comune possiede anche l’oratorio di Santa Maria delle Grazie, in Via Farnese, e la chiesa di San Vitale, in Strada della Repubblica. Dopo una lunga serie di usi impropri e disattenzione, l’Amministrazione ha deciso che la struttura doveva essere recuperata. Abbiamo condiviso la proposta di riaprirla al pubblico, e farne un Urban Center per la nostra città».

Di cosa si tratta?

«Come in molte città grandi e medie del mondo occidentale, anche Parma disporrà di un luogo destinato a chi vuole informarsi sulle scelte pubbliche in fatto di architettura, di ambiente e di urbanistica. È uno spazio di comunicazione, confronto e dibattito su temi che sembrano molto tecnici, ma toccano nel profondo l’esistenza di ciascuno di noi. La nostra associazione nasce due anni fa dall’idea di alcuni giovani docenti delle Facoltà di Architettura e Ingegneria e di alcuni loro collaboratori: abbiamo molte iniziative da portare a compimento nei prossimi mesi e San Quirino, con la sua posizione centralissima, sarà una vetrina preziosa...».

Perché non è stato compiuto un restauro completo degli interni?

«Vogliamo essere chiari su questo punto: l’edificio non è stato restaurato, ma semplicemente ripulito e ripristinato nelle coperture e negli impianti. Un restauro completo comporterebbe una cifra ingente, molto difficile da racimolare. Questa però non poteva essere una scusa per ritardare ancora la riappropriazione da parte della città di questo spazio affascinante. Per ora abbiamo accettato il suo stato quasi di “rovina archeologica”, con una sensibilità del tutto contemporanea, che è stata apprezzata anche dai colleghi francesi, architetti e storici dell’arte della Sorbona, che hanno visitato il cantiere in anteprima a metà giugno. L’unica aggiunta è un perimetro trasparente in cristallo, funzionale sia per proteggere e valorizzare l’architettura storica, sia per applicare su speciali pellicole adesive i materiali delle nostre mostre. Siamo fieri di aver lavorato gratuitamente a ogni aspetto del progetto e dell’allestimento, consegnando, in collaborazione con il Comune e la Soprintendenza, un nuovo spazio culturale in soli cinque mesi».

Quando cittadini e turisti potranno ammirare l’interno del monumento?

«La prima mostra ha inaugurato nei giorni scorsi scorsa ed è aperta a ingresso libero da martedì a venerdì dalle 10 alle 12,30, e dalle 17 alle 19,30, mentre il sabato l’orario è continuato dalle 10 alle 18. Questa sera, alle 21,30, apertura notturna con immagini proprio sulla storia dell’oratorio. È una richiesta dell’Assessore Manfredi alla quale abbiamo aderito con piacere. Nell’occasione, chi lo vorrà, potrà anche visitare l’esposizione sul PSC, il nuovo strumento urbanistico in corso di elaborazione, arricchita dai primi risultati di ricerche già avviate in città, da parte della nostra associazione e degli ordini degli Architetti e degli Ingegneri».


 

 

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