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Dario Fo: «In cielo a veder Correggio»

Dall'archivio della Gazzetta di Parma (12 giugno 2016) - Il più rappresentato degli autori viventi racconta il pittore. Come lui solo sa fare

Dario Fo

Dario Fo

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Addio a Dario Fo. Il premio Nobel per la Letteratura tornò a Parma nel 2010 con uno spettacolo sul Correggio. Riproponiamo l'intervista di Mara Pedrabissi pubblicata il 12 giugno 2010. 

Mara Pedrabissi

L'uomo che parlava il “grammelot” racconta l'uomo che dipingeva appeso in cielo. Ovvero Dario Fo da Sangiano (Varese), classe 1926, narra di Antonio Allegri da Correggio, classe 1489. Così è, se vi pare, quando il genio incontra il genio e insieme si mettono a parlare il linguaggio senza tempo e senza età della poesia. Debutta nella nostra città (poteva essere differente?) «Correggio che dipingeva appeso in cielo», spettacolo della Compagnia teatrale Fo-Rame, di e con Dario Fo, per la regia multimediale di Felice Cappa. Due date - il 23 e 24 giugno - che brillano come stelle nel firmamento di «Sotto il cielo di Parma - Al Parco Ducale» organizzato per il Comune di Parma dall'Assessorato alla cultura di Luca Sommi.
Dario, ci siamo incontrati l'ultima volta a Parma nello scrigno del Teatro Farnese e ora torna con uno spettacolo tutto nuovo sul Correggio
«Sì, credo sia il primo spettacolo didattico-scientifico sul Correggio che viene messo in scena. Ma prima di tutto voglio dire che mi dà grande onore ritrovarmi in una kermesse con cantori di rilevanza mondiale come Bob Dylan e Paolo Conte che mi precedono»
L'idea è venuta visitando la mostra di Parma?
«Ci sono stati testi importanti sul Correggio ma, essendo legati alla categoria degli studiosi del settore, non sono stati divulgati. Me ne sono reso conto quando sono venuto a vedere quella splendida mostra, salendo fino a 18 metri d'altezza nella Cattedrale per ammirare le Cupole. Lì ho condotto un'inchiesta e ho capito che intorno al Correggio e alla storia di quell'epoca vi è una conoscenza limitata».
Da dove muove il canovaccio dello spettacolo dunque?
«Inizio raccontando di questo pittore rimasto praticamente sconosciuto fino alla prima metà del Novecento, tanto che le opere che gli venivano attribuite erano poche e tra le meno importanti. La parte più pregiata della sua produzione, come L'educazione di Cupido o Il ratto di Ganimede, era stata smembrata e affibbiata a grandissimi come Tiziano o Raffaello. E questo perchè le pitture di Correggio, specie quelle “erotiche” sugli amori degli Dei, erano troppo raffinate per essere congeniali a un contadino, figlio di un venditore ambulante. Ecco, qui sta la chiave di lettura dello spettacolo: mostrare come questo pittore, nato da umile famiglia, ad un certo punto abbia imboccato la via della svolta grazie alla frequentazione di persone di cultura, esponenti della vita universitaria del tempo, da Parma a Bologna. Le sue conoscenze sono poi state esaltate dall'incontro con i Monaci Benedettini di Parma, allora i più avanzati nella conoscenza».
Facciamo un salto di un po' di secoli e il messaggio resta di uguale efficacia oggi: la cultura ci riscatta, l'ignoranza ci fa perdere.
«Infatti ci sono molte allusioni dirette alla società attuale. Ci sono dei momenti in cui il pubblico, che è scaltro, capirà l'ironia proiettata da quel tempo al nostro tempo»
A proposito di cultura, vincendo il Nobel nel 1997, ci ha donato un'emozione forte, con quell'annuncio arrivato in tv, mentre faceva una trasmissione...
«Adesso la tv non c'è più. Questo spettacolo lo abbiamo proposto per la tv, veniva praticamente a costo zero. Non l'hanno voluto. Ma lo faremo noi, a nostre spese: diventerà un dvd. Tra l'altro la collezione dei dvd con i vecchi spettacoli nostri sta andando benissimo nelle edicole»
Dei teatranti, nel senso più nobile del termine, che si ispirano a Fo, cioè Paolini, Baliani, Ascanio Celestini, Paolo Rossi chi considera il suo l'erede... Paolo Rossi?
«Noooo (risata fortissima, ndr), anche gli altri. Quando ci incontriamo, alcuni mi chiamano “papà”».
Bellissimo, davvero. Però Dario Fo è anche papà nella vita (di Jacopo, figlio di Franca Rame, ndr). Che padre è?
«Mah, spero di essere civile, moderno, partecipe dei problemi di mio figlio. Adesso sono da lui, abbiamo instaurato un buon rapporto. Poi ha delle figliole bellissime, intelligenti e una è già madre. Così sono bisnonno, di Matilde. Si chiama come la vostra Matilde di Canossa, su cui ho fatto anche uno spettacolo».

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