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Le case cantoniere della Duchessa: quei tesori lungo la strada della Cisa

Le case cantoniere della Duchessa: quei tesori lungo la strada della Cisa
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Tra le numerose iniziative messe in campo dalle principali istituzioni culturali cittadine in quest’anno dedicato alle celebrazioni del bicentenario dell’ingresso in Parma della duchessa Maria Luigia e dell’inizio del suo buon governo, che nell’arco di trent’anni ha impresso alla città un carattere ancora chiaramente riconoscibile nei suoi più importanti monumenti, si inserisce a pieno titolo, e per una felice coincidenza temporale, la partecipazione della Soprintendenza archeologia belle arti e paesaggio per le province di Parma e Piacenza ad un progetto di respiro nazionale, che per il territorio parmense si configura come coronamento di un lavoro di ricerca, tutela e valorizzazione iniziato alcuni anni orsono su una delle più significative «Munificenze» luigine e come riconoscimento della sua importanza e attualità.

Vogliamo parlare delle case cantoniere costruite nella prima metà del XIX secolo, per volontà della duchessa, a servizio della strada che attraverso il passo della Cisa conduceva a la Spezia, oggetto da parte di chi scrive di uno studio, basato su documentazione inedita rinvenuta presso l’Archivio di Stato di Parma ed altra conservata in collezione privata, che ha consentito di definire sia il ruolo avuto dall’ingegnere Antonio Cocconcelli (1761-1846) nell’ideazione e realizzazione di tale impresa, sia con precisione la consistenza numerica delle case, le date di costruzione, le loro caratteristiche strutturali e il nome dei costruttori e degli ingegneri responsabili dei lavori. Presentato nell’ambito del convegno «Strada della Cisa. Progetto per la rinascita del primo corridoio europeo dal Mare del Nord al Tirreno 1808/2008» (Berceto, 4 luglio 2008), promosso dall’associazione Strada della Cisa (con il patrocinio dell’Università degli Studi di Parma, della Provincia di Parma, del Comune di Berceto, dell’Ordine degli ingegneri della provincia di Parma, dell’Ordine degli architetti di Reggio Emilia, dell’Unione parmense degli industriali, della Gazzetta di Parma e di Italia Nostra-sezione di Parma), e fortemente voluto dal suo presidente Luigi Lucchi, per sensibilizzare le forze politiche ed economiche locali ad un rilancio economico e turistico di questo importante asse viario, e sulla necessità ormai improrogabile della tutela delle ottocentesche case cantoniere, lo studio («Le case cantoniere della strada della Cisa») è stato pubblicato nel volumetto «La Strada Imperiale della Cisa», edito nel 2010 a cura della Soprintendenza beni architettonici e paesaggistici di Parma (con testi di Luigi Lucchi, Marzio Dall’Acqua, Francesca Sandrini, Luciano Serchia, Isabella Tagliavini, Pier Carlo Bontempi, e prefazione di Cesare Azzali) e distribuito come strenna insieme alla Gazzetta di Parma, con buon riscontro di pubblico, tanto che risulta ad oggi esaurito.

Parliamo dunque di un patrimonio edilizio, che connota dalla metà dell’Ottocento significativamente il paesaggio attraversato dalla Strada della Cisa, di eccezionale valore sia storico-testimoniale, della riorganizzazione territoriale e delle vie di comunicazione ideata da Napoleone ed attuata da Maria Luigia (secondo criteri che anche lo Stato unitario più tardi farà propri), sia tecnico-costruttivo, in quanto le caratteristiche strutturali omogenee ne fanno un nucleo che si può definire unico nel panorama italiano: entro un percorso di circa 40 chilometri, che si snoda nel territorio dei comuni di Fornovo, Terenzo e Berceto furono costruiti ben 11 edifici - nelle località di Piantonia, «del Bego di sotto al Prinzera», l’unico oggi non più esistente (comune di Fornovo), Boschi di Bardone, Quartiere dei Boschi, Casola, Cassio (comune di Terenzo – Lesignano Palmia) Montemarino, Castellonchio, Tugo, Ripasanta, Passo della Cisa (comune di Berceto) - secondo due tipologie ben definite, con alcune differenziazioni legate alla diversa collocazione temporale della loro costruzione, ad una distanza l’uno dall’altro che resta compresa tra i 2 e i 5,5 chilometri e in posizioni per lo più dominanti, spesso al sommo di una salita, o dove la strada s’incurva, cosicché risultano sempre ben visibili anche da lontano (solo la casa di Cassio si trova nel contesto abitato della frazione).

Ricordiamo brevemente che la Strada, fortemente voluta da Maria Luigia fin dai primi anni del suo insediamento nel ducato parmense, progettata dall’ingegnere Antonio Cocconcelli, venne aperta nel 1841, come ricorda la medaglia incisa da C.F.Voigt per commemorare la realizzazione dell’opera (di cui esiste una copia in vermeil nel Museo Lombardi), e che nel 1839 aveva preso avvio la costruzione di «case di rifugio di distanza in distanza, ed altre ad uso degli stradaiuoli».

L’8 aprile del 1839 venne infatti pubblicata la grida relativa all’Incanto pel cottimo per la costruzione, da realizzarsi parte nello stesso anno e parte nel 1840, di quattro «case di stradajuoli» e due «case di rifugio» «lungo la Strada dalla Spezia nella Sezione di Parma». La grida dettava norme precise circa le modalità di espletamento dell’incanto (data, ora e luogo), la spesa preventivata per i lavori (£ 35.913,84), le garanzie richieste per la partecipazione alla gara.

Gli impresari che si aggiudicarono i lavori per questo primo nucleo di case furono Pietro Bandini e Luigi Chierici.

Bandini e Chierici costruirono, come previsto, sei case nella Sezione di Parma: quattro «casette de stradajouli» («Casetta di San Rocco in Piantonia, Casetta del Bego di sotto al Prinzera, Casetta de’ Fusaroli in Corniana, Casetta della Madonnina sopra Cassio») e due «case di rifugio» («a Boschi di Bardone e a Chiastra Tagliata in Casola»).

Alcuni anni più tardi, e precisamente l’8 e il 22 luglio 1843, furono stipulati altri contratti di cottimo per la prosecuzione dei lavori di costruzione delle case, con l’impresario Pietro Bavagnoli.

Al Bavagnoli si deve il secondo nucleo di cinque edifici, ubicati nella sezione di Borgotaro: si tratta di due case di rifugio (ai Roncazzi presso il Passo delle Cisa e a Montemarino) e tre casette di stradaiuolo (al Tugo, a Ripasanta di Berceto e a Castellonchio al Madone), tutte realizzate in pietra squadrata «incrostata sui muri», non intonacata, tecnica che comportò maggiori difficoltà di realizzazione, tanto che egli riuscì ad ottenere un aumento sul prezzo stabilito dal cottimo, che era di £ 76.500,00.

Ciò che contraddistingue i due nuclei è il diverso paramento esterno: nel primo, costruito da Bandini e Chierici, le murature sono in pietra mista di provenienza locale, messa in opera con calce e sabbia di fiume, poi intonacate; nel secondo, sono realizzate in blocchi di pietra arenaria lasciata a vista.

Purtroppo, ad eccezione di due strutture che sono state recuperate con finalità ricettive a spese dell’amministrazione provinciale di Parma già alla metà degli anni ’90 del Novecento nell’ambito dei progetti di valorizzazione della via Francigena (a Cassio e al Passo della Cisa), le altre case versano in grave stato di degrado e di abbandono, o meglio versavano tutte fino a ieri, perché, anche a seguito della pervicace attività di sensibilizzazione di quell’amministrazione comunale, in cui si inseriscono pure le iniziative sopra riportate, con fondi Anas tra il 2012 e il 2013 sono iniziati interventi di recupero di altri due immobili, entrambi in comune di Berceto, entrambi appartenenti al secondo nucleo di edifici realizzati nel 1843: la «casa di stradaiuolo» in località Ripasanta e la «casa di rifugio» in località Montemarino.

Ora proprio in questo 2016 gli stessi due edifici sono stati inseriti tra le 30 case cantoniere in disuso che fanno parte di un progetto pilota, nato a seguito della firma nel dicembre 2015 del protocollo d’intesa tra ministero dei Beni e delle attività culturali, ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, Agenzia del demanio e Anas, per l’avvio di attività di riqualificazione di questa particolare categoria di patrimonio immobiliare pubblico, con lo scopo di promuovere un turismo sostenibile, nello spirito dello slow travel, che favorisca «processi virtuosi di sviluppo territoriale, di impulso all’imprenditoria, soprattutto giovanile, e all’occupazione sociale».

Sono state prescelte su tutto il territorio nazionale le emergenze architettoniche posizionate lungo specifici circuiti viari con importante valenza culturale – turistica: nel nostro caso si tratta del percorso della via Francigena centrale, in territorio emiliano-romagnolo e toscano.

Le case cantoniere potranno ospitare ostelli, ristoranti, ma anche officine per biciclette e moto, punti di informazione al servizio di un utente che cerca percorsi alternativi, a contatto con la natura, e di promozione di prodotti enogastronomici o artigianali della zona. In particolare per gli edifici di Ripasanta e Montemarino sono state considerate come aree di valorizzazione prevalenti l’accoglienza e la ristorazione e la promozione delle eccellenze locali.

Da sottolineare che il recupero delle due case della Strada della Cisa sta avvenendo nel pieno rispetto della consistenza storico-materica delle fabbriche, per cui non si è, eccezionalmente, optato per il ripristino dell’intonaco nel tipico colore rosso Anas, ma lasciando a vista le muratura in pietra squadrata e attenendosi il più possibile ai colori originali dei serramenti, attestati dalle fonti documentarie ed iconografiche ottocentesche, che garantivano alle case la piena visibilità anche in situazione ambientali avverse, aspetto molto importante vista la loro funzione, che, va ricordato, era all’epoca della loro costruzione, di utilizzo non solo per le maestranze impegnate alla manutenzione della strada, ma anche «di rifugio» per il viandante, a testimonianza della ben precisa e intelligente riqualificazione viaria voluta da Maria Luigia.

Possiamo dunque salutare con grande soddisfazione l’avverarsi dell’auspicio, affermato con forza nel Convegno del 2008 da tutti gli attori presenti, e ribadito da Cesare Azzali due anni dopo, nella prefazione della pubblicazione sopra ricordata, di dar vita ad un progetto di rilancio della Strada della Cisa, che passi attraverso la conservazione e la valorizzazione delle sue peculiarità di carattere storico-ambientale, e diventi volano per l’economia del nostro territorio provinciale, al di là tuttavia dei particolarismi, ed entro un disegno di portata e interesse generale, quale è certamente l’iniziativa messa in campo dal Protocollo d’Intesa 2015.

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