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Arte-Cultura

Ma dov'è la vera letteratura?

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Giuseppe Marchetti

La pubblicazione da Laterza  del  piccolo libro di Giulio Ferroni «Scritture a perdere. La letteratura negli anni zero», ha sollevato una certa curiosità nel  mondo letterario e della critica militante e ha sollecitato alcune prese di posizione che, per quanto giuste e assennate, son poi sempre le  solite che periodicamente ripetono le loro lamentele e le loro  accuse. Ferroni compie un'analisi che, partendo dalla vertigine che dà  l'accesso  dei libri  nelle librerie e sui  tavoli dei recensori, arriva poi a meditare sui valori veri di questo  marasma cartaceo e sull'autentica o presunta importanza di  scrittori e scrittorelli che s'impancano a Maestri dopo il buon  esito del primo romanzo o del primo premio letterario conseguito talvolta per esclusivo  merito dell'editore che li ha pubblicati. E la critica, allora? La critica, quella giornaliera come diceva  Pampaloni, che giorno per giorno legge, esamina e squaderna  migliaia di pagine e che fa molta fatica a seguire l'uscita dei libri e  le richieste degli autori e degli editori, vive dentro il proprio vuoto  di potere, si ripiega malinconicamente su se stessa, arretra, gioca  con i titoli dei libri, o per farsi considerare spara sciocchezze e  iperboli, lancia sfide cui nessuno crede, assicura capolavori dietro ogni copertina, o si rifugia in un complice silenzio. Anche  Ferroni fa così. Tutt'al più si nasconde dietro un paravento  culturale d'elevato spessore tirando in ballo Adorno e Benjamin,  ma sono palle di nebbia. Cordelli, Paccagnini, Cortellessa, Onofri  e Golino che rispondono al suo appello non possono fare di più, e  rimpiangono i critici morti per consolarsi. Intanto, in Italia si continua a credere che Saviano, la Mazzantini e Giordano, ad esempio, siano «grandi scrittori» e che  raggiungano il livello di maîtres à penser per le nuove generazioni. E, per giunta, si crede anche che le mostre umili fatiche  giornaliere per segnalare qualche romanzo, qualche raccolta di  racconti e di poesie decenti, non siano altro che inutili sforzi di  illusi cui sfuggono i «capolavori» del momento scritti da Scarpa,  da Pecoraro, da Silvana Grasso, da Falco e da Trevisan (tutti  autori citati da Ferroni!). Noi ripetiamo: e la critica che fa? E' una scrittura a perdere? Né  Ferroni, né gli altri intervenuti sino ad ora nel dibattito ricordano  che noi si lavora sull'eterno presente della letteratura, noi ne  tracciamo i parametri sia pure con inevitabile approssimazione,  noi esaminiamo i libri freschi di stampa, ne diamo una prima  idea, ne indichiamo i possibili approcci, poi cerchiamo che l'informazione diventi formazione e che i primi giudizi si tramutino  in più solide curiosità di letture. Tutto questo lavoro non conta? Allora, ci accostiamo a  «Il continente interiore» (Marsilio) di Carlo Ossola,  una raccolta di scritti di profondo conforto. Qui qui si sente palpitare un pensiero, la richiesta di una   meditazione sul fatto culturale  come tale, cioé come espressione dell'intelligenza umana. Immediatamente Ossola sposta il falso problema della critica militante sopra un altro versante, sul «continente interiore» della  lettura «aprendoci a una visione che ci spaesa e ci riconduce  all'intimo» –  scrive lo studioso torinese. Le nostre recensioni  quotidiane, siano esse modeste o felicemente lungimiranti sono  comunque un'espressione critica che guarda avanti, che indica,  che segnala, che suggerisce. Questo è il tema che dovrebbe occuparci e preoccuparci, e non il correre dietro ai libri a tutti i costi  pur di avvantaggiarci di qualche loro temporaneo successo. In tal  modo, la critica militante della quale nessuno parla e scrive  perché sembra che venga esercitata solo dai santoni universitari  dei grossi giornali, potrebbe diventare davvero il veicolo per una  nuova e più autentica conoscenza della letteratura, quella che  presto verrà dimenticata e quella, invece, che può meglio resistere all'usura del tempo e delle mode conquistandosi una sua  responsabilità e soprattutto un ruolo attivo contro la degradazione del linguaggio e della vita civile.

Scritture a perdere
Laterza, pag. 109, € 9,00

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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