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Gli ultimi anacoreti

Gli ultimi anacoreti
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Maria Pia Forte

Guadagna qualcosa scrivendo articoli a carattere religioso; e un po' di cibo glielo portano gli abitanti dei paesi vicini quando vanno da quest’uomo «totalmente affidato a Dio» per un colloquio spirituale o una confessione. Di altro non ha bisogno. M., sacerdote nato 51 anni fa nel Bresciano, dal 2003 vive, dopo essere stato monaco a Camaldoli, in completa solitudine tra i castagni della Lucchesia, pregando e dipingendo icone, illuminandosi con le candele (anche se il vescovo gli ha imposto il cellulare e dunque un pannello solare), unica compagnia una radiolina a pile, «come condivisione solidale con le vicende dell’uomo», spiega.
Di tanto in tanto parte: a piedi, senza soldi, in un «totale abbandono alla Provvidenza», itinerante per testimoniare Gesù Cristo. Più un anacoreta che un eremita.   In quest’epoca che venera l’efficienza e la superattività la parola «eremita» suona come appartenente ad altri tempi. Cristina Saviozzi, studiosa di storia della Chiesa moderna e contemporanea e in particolare dell’eremitismo, dimostra in un bel libro - «Come gufi nella notte. Storie di eremiti del nostro tempo» (Edizioni San Paolo) - che non è così: in alcune zone della Penisola, e in particolare nella sua regione, la Toscana, gli eremiti (ma non ci si immagini vecchi dalla lunga barba bianca, rintanati in una grotta: sono persone come noi, che vivono in casupole pulite e decorose) sono numerosi.
Cosa spinge questi uomini e donne a una scelta così radicale?
   «Anche per la vocazione eremitica - precisa - non si sceglie: si è scelti. Io racconto di uomini e donne in precedenza orientati ad altri percorsi religiosi, anche molto soddisfacenti e ''utili'', che ad un certo punto si trovano messi alle strette da Dio e chiamati a qualcos'altro. Un richiamo alla solitudine le cui origini affondano nella notte dei tempi, come ci mostrano le Sacre Scritture, e che poi non è altro che la manifestazione del desiderio di unione con Dio che ciascuno ha nella propria interiorità, per quanto spesso soffocato. Nei periodi di forte decadenza morale lo Spirito ha sempre provveduto a disseminare la Terra di questi infuocati solitari con i quali si faceva nuovamente il punto sul Vangelo e sulla sua radicalità. In simili condizioni a cavallo del Mille nacquero gli eremiti Certosini e Camaldolesi. Anche se incompresi o ostacolati, gli eremiti ci sono sempre stati. E oggi assistiamo ad una loro moltiplicazione, il che è una speranza sia per la Chiesa sia per l’umanità: essi ci ricordano che è possibile sottrarsi all’odierna vita convulsa, che c'è uno spazio interiore nel quale si può tornare ad ascoltare un richiamo diverso da quello che ci giunge dall’esterno».
 In passato la Chiesa guardava gli eremiti con una certa diffidenza. E adesso?
  «Oggi c'è il canone 603, che nel nuovo Codice di Diritto Canonico approvato da papa Giovanni Paolo II riconosce ufficialmente l’eremita per la prima volta nella storia della Chiesa. Fu il Concilio Vaticano II a valorizzare nuovamente la vita contemplativa; in seguito è stato introdotto l’eremita diocesano. Uomini e donne provenienti da esperienze religiose o ecclesiali, ma anche laici, possono elaborare una propria ''norma di vita''  e presentarla al vescovo, che dopo averne accolto l’impegno a professare i voti di castità, povertà e obbedienza, può consacrarli eremiti, spesso destinandoli a vecchie canoniche abbandonate; luoghi che tornano a vivere potenziati da una spiritualità irradiante. Nell’eremitismo diocesano lo spirito della regola di san Benedetto e di san Francesco si fa sentire spesso. Comune a tutti, anche se in modi assai diversi, è un orientamento di tipo monastico, con alternanza tra preghiera e lavoro».
 Quando gli eremiti provengono dalla condizione di monaci consacrati, come avviene questo cambiamento?  
«Non è mai un passaggio indolore, poiché la spinta alla solitudine coglie uomini e donne ben inseriti nelle loro famiglie religiose o nella diocesi: per seguire questa chiamata spesso si troncano brillanti carriere all’interno dell’istituzione o all’università. Inevitabile è l’esclaustrazione, ossia l’uscita dalla famiglia religiosa di appartenenza: si torna nel mondo, senza più alcun impegno da rispettare. E’ una fase delicatissima. Qui inizia la ricerca di un luogo e di un vescovo capace di guardare oltre l’apparente inutilità della vita eremitica».
Nel suo libro ci sono anche alcune eremite. L’eremitismo femminile ha caratteristiche proprie? 
«Una delle eremite da me incontrate, sorella Chiara di Cerbaiolo, ci ha purtroppo lasciati in aprile. I percorsi femminili verso l’eremo presentano più o meno i medesimi rischi, rinunce e difficoltà di quelli maschili. Oggi molte barriere vanno cadendo. Un esempio: il Codice di Diritto Canonico del 1917 vietava alle donne, anche dopo il Concilio, non solo la proclamazione della Parola di Dio e la distribuzione della Comunione, ma anche di avvicinarsi allo spazio del sacro. Adesso ogni eremita custodisce nella propria cappella l’Eucaristia».
 Gli eremiti non hanno la Tv e vivono fuori del mondo, eppure sono informatissimi su tutto ciò che vi accade. Come fanno?
  «La risposta l’ho avuta da Daniele, monaco trappista, che mi ha detto: ''Se si guarda da lontano, si vede in maniera più chiara tutto l’insieme''».
 Come gufi nella notte.
Storie di eremiti del nostro tempo
San Paolo, pag. 248,  14,50
 

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