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Dal Libano con dolore

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Le scintille di cui parlo nel mio libro non suscitano incendi: sono scintille d’anima. Sono del tutto ignifughe ma collegano noi ai nostri cari che non ci sono più, vengono a cercare di scuoterci, di spiegarci che cosa è successo, perché abbiamo incontrato difficoltà nelle nostre famiglie, entrano dentro la nostra anima. Credo che ci sia una relazione fra l’inconscio di ciascuno di noi e le vicende delle storie che ci hanno preceduto». Giornalista, conduttore televisivo di talk show di successo, Gad Lerner parla del suo romanzo autobiografico finalista al Premio Campiello, «Scintille» (Feltrinelli, pagine 221, euro 15,00) in cui rievoca la vita tribolata della sua famiglia, ripercorrendo ampie vicende della storia novecentesca che ha visto lo sterminio degli ebrei. Nato in Libano da un padre asckenazita originario della Galizia (oggi divisa fra Polonia e Ucraina) e una madre sefardita di buona famiglia libanese, quando il Libano è diventato pericoloso i suoi genitori sono partiti e Lerner è arrivato in Italia bambino, lasciando la terra del cuore con il senso profondo di un attaccamento alle origini attraverso le quali ha riesumato il passato, le ansie e le pene di tanti congiunti e della sua famiglia raccontata con estrema crudeltà, senza nascondere nessuna verità relativamente alle cose che sono accadute, anche quelle più scomode e dolorose.
Lerner, quanto coraggio c'è voluto per raccontare le vicende della sua famiglia?
Sono imbarazzato con la misurazione del coraggio. Ho impiegato almeno una decina d’anni a scrivere questo libro, con molte incertezze se e quando pubblicarlo. «Scintille» è un classico caso di eterogenesi: una parola difficile per dire che succedono cose intorno a questo libro che non mi sarei mai aspettato. E che non rispecchiano minimamente le mie aspettative e i miei progetti di quando lo scrissi quasi come una liberazione, sfidandomi dopo diversi anni e dopo innumerevoli viaggi che facevo in Libano e nella città di Boryslaw dove il 28 novembre del 1941 molti componenti della mia famiglia vennero sterminati e sepolti in una fossa comune.
Un libro che si rendeva necessario per più ragioni?
Decisamente sì, ma a differenza di quanto succede ad altri autori, in «Scintille» tutto ciò che è scritto - talvolta ahimé, talvolta evviva - è assolutamente vero.
Come è stato questo viaggio nei ricordi?
Ho scoperto di essere andato oltre le mie intenzioni. Mi è capitato che una vicenda di emigrazione ebraica che si incrociava con la tragedia della Shoah, lo sterminio degli ebrei dell’Europa Orientale da cui provvidenzialmente erano partiti in luna di miele nel 1925 i miei nonni paterni, altrimenti non sarei qui a raccontarlo, diventasse epicentro dei miei ricordi. I miei avi abitavano in un villaggio della Galizia che quando nacquero era impero austroungarico, quando studiavano era Polonia e oggi è Ucraina, e hanno attraversato dal 1941 al 1944 lo sfacelo dell’Operazione Barbarossa e poi lo sterminio. Il resto della famiglia che si è fermato in questo borgo alle pendici dei Monti Carpazi nella regione di Leopoli a fianco di Drohobyc la città dello scrittore Bruno Schulz, il Kafka geniale della Galizia ebraica, fa parte del racconto esistenziale del Novecento. Ma se non ci fosse stata la decisione di lasciare negli anni Cinquanta, per lo Stato d’Israele, il Libano meraviglioso decantato ancora oggi da mia madre e Beirut dove sono nato, avrebbero potuto essere morti tutti quanti. Israele ci ha salvati. Senza l’emigrazione in Palestina dei miei nonni, anche loro sarebbero stati sterminati. Questo crea un legame indissolubile con il destino di Israele ma accentua anche la nostra responsabilità partecipe nella critica quando è necessario.
Con quali intenti si è accinto a scrivere il suo libro?
Pensavo: racconto la storia difficile che ha suscitato tanti conflitti, lacerazioni, incomprensioni e il divorzio all’interno della mia famiglia, e cerco di spiegarla con quello che non ci siamo trasmessi, come sarebbe stato auspicabile. E’ sempre più facile nelle vicende familiari da una generazione all’altra raccontare le luci, i momenti di felicità, i legami affettivi che hanno vinto sulle zone d’ombra, il dolore, il male che pure c'è in tutte le famiglie e nella nostra vita. Pensavo di lavorare attorno a questo intreccio, e di fare una cosa per pochi.
Il suo libro, potrebbe essere paragonato alla biografia di un popolo?
E' il motivo per cui ho pensato che valesse la pena di scriverlo e che potesse essere proposto a una lettura pubblica e non soltanto a una interpretazione dei nostri conflitti e delle nostre difficoltà famigliari. Le tragedie vissute dalla mia famiglia si sono intrecciate a vicende storiche cruciali del Novecento, dalla guerra arabo-israeliana allo sterminio degli ebrei in Europa. Mi sembrava giusto sforzarmi di far vedere come a volte la storia determini anche il destino dei rapporti personali all’interno delle famiglie e le difficoltà fra le generazioni.
Suo padre è un po' l’immagine del dramma storico che ha descritto?
Mio padre ne è un portatore sofferente, in parte forse inconsapevole. Ha vissuto diverse migrazioni con la fatica che ciò comporta, e il successo ha arriso ai suoi figli, non a lui. Ma tutto ormai è fra le scintille, che sono il modo in cui i mistici della Cabala del sedicesimo e diciassettesimo secolo interpretavano quella che oggi è diventata modernissima psicoanalisi: il nostro inconscio, il nostro non vivere in una netta linea di demarcazione fra un al di qua e un al di là. Ci sono anime strappate prematuramente che ti entrano dentro e che scontrandosi, come dicevano quei mistici, diventano scintille.
Scintille - Feltrinelli, pag. 221,  euro 15,00
 

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