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Classicità, vera avanguardia

Classicità, vera avanguardia
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di Mariagrazia Villa

Hanno reinventato il passato per vedere l’armonia del futuro. Hanno risanato i tempi moderni per non ferire l’eternità. O forse, hanno solo appoggiato la guancia sul cuore delle persone. Perché torni a essere irrorato di felicità, accarezzato dalla speranza e custodito nella pace. Sono i neopalladiani, i progettisti che, di fronte a un’architettura sempre più lontana dalla «Lebenswelt», una città sempre più dilaniata tra funzionalità e decoro e una campagna sempre più orfana di qualità, stanno mostrando come l’abitare classico sia la risposta giusta al posto giusto. Non fanno il verso ad Andrea Palladio, naturalmente. Nessuno è un «laudator temporis acti». L’eredità del grande architetto non la raccolgono sotto l’aspetto stilistico, ma umanistico: anche loro vogliono mettere l’uomo al centro. Con una consapevolezza ecologica che, allora, era nella natura delle cose e oggi, invece, va attentamente progettata. Al loro importante e generoso lavoro è dedicato il volume «New palladians. Modernity and Sustainability for 21st Century Architecture» (Artmedia, Londra, 2010), scritto da Alireza Sagharchi e Lucien Steil. Una raccolta di saggi sul tema dell’antico che si fa avanguardia, con una presentazione dei progetti architettonici ed urbanistici più recenti dei 48 architetti classici più interessanti al mondo. Gli stessi autori che furono invitati a esporre, nel 2008, nella mostra organizzata dall’Institute of Architecture del Principe di Galles a Londra, in occasione delle celebrazioni per il cinquecentenario della nascita di Palladio. Tra gli alfieri di questa sensibilità classica e tradizionale che può permetterci di comprendere il presente e renderlo più piacevole ed eticamente responsabile, c'è anche il parmigiano Pier Carlo Bontempi. Poco più di cinquant'anni, uno studio a Ozzano e una fama internazionale. «La tradizione classica, declinata nelle diverse realtà locali, è un fenomeno moderno, studiato e praticato da un ampio numero di professionisti, studiosi, studenti, università e istituzioni», afferma. «Palladio è in assoluto l’architetto più famoso al mondo, perché il suo insegnamento ha potuto essere tradotto ovunque, dall’India alla Scandinavia». Anche il Principe Carlo, nella prefazione, sottolinea la modernità dei new palladians, che mirano a modellare l’ambiente sui principi di bellezza, utilità e sostenibilità, sostituendo alla solidità della triade palladiana «firmitas-utilitas-venustas» l’attenzione all’ecocompatibilità. «La sostenibilità va intesa in senso ampio: non è una mera questione di risparmio energetico o di riduzione dell’inquinamento ambientale, è la capacità di durare nel tempo e, soprattutto, di trasmettere valori. Un edificio che duri mille anni e renda felice la vita delle persone è certamente ecologico...». Non a caso, come sta confermando in questi mesi il Padiglione Italia all’Expo di Shanghai 2010 - al cui ingresso si trova una riproduzione del maestoso Teatro Olimpico di Vicenza di Palladio -, la città dell’uomo, quella dove la qualità della vita non è uno slogan ma un’opportunità concreta, è la città storica. «La maggior parte dei progetti presenti nel libro sono realizzati, a conferma che l’architettura tradizionale è una possibilità reale, e tocca qualsiasi tipologia, dalla villa privata al palazzo pubblico, dall’ospedale alla scuola, dalla chiesa alla casa plurifamiliare». Insomma, il movimento neopalladiano non è il sogno utopico di qualche illuso e, soprattutto, non si rivolge solo a ricchi signori di campagna. Per illustrare l’attività di Bontempi, è stato scelto un progetto nobilmente semplice: il nuovo borgo Fonti di Matilde a Reggio Emilia, progettato con Victor Deupi e Jonathan Weatherill. Quest’ultimo architetto, che compare anche nella rosa dei new palladians con una sua opera, è un quarantenne di talento che collabora da anni con lo studio di Ozzano. «Tra i progettisti classici selezionati nel volume, ci sono anche tanti giovani architetti, come Ben Pentreath o Francis Terry che firma i progetti insieme al padre Quinlan: questo dà un meraviglioso senso di continuità; il nuovo si crea sempre appoggiandoci sulle spalle di chi ci ha preceduto». Anche i giovani architetti, dunque, e in vari Paesi, stanno reagendo alla «società liquida» evocando la certezza dei padri, fatta di durata, serietà, significati. Che, speriamo, ci porterà fuori dal tunnel in cui si è infilata l’architettura contemporanea: sempre più fast, sempre più da intrattenimento, sempre più irritante nel suo essere senza capo né coda.

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