Arte-Cultura

Appennino, folletti, magia

Appennino, folletti, magia
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di Pier Paolo Mendogni

Di tanto in tanto, per anni, nella testa del «figlio di Guido» - «Guido dal campo dove il vento si ferma a mangiare le pere» - continuava ad affacciarsi un lontano episodio di quando era bambino e viveva a Bosco di Corniglio, un paese dell’Appennino circondato da «un bosco verde scuro di castagni, più su bosco di faggi ancor più scuro e poi gli abeti, di un verde buio quasi nero. E nel bosco gli animali; non si vedono ma li posso immaginare». In questa atmosfera dove la realtà si intreccia con la fantasia e la fiaba, una notte il bimbo ha sentito il padre che usciva per andare a vedere cosa stesse accadendo nella stalla, poiché le mucche erano agitate e lo aveva seguito di nascosto. Il padre aveva aperto la porta ed era rimasto immobile «la sua faccia si è trasformata .... ha fatto come un grido ma gli è rimasto in gola. Hai visto? Hai visto anche tu, vicino alla mucca? L’hai visto bene con questi tuoi occhi?». Avvicinatosi col padre alla mucca aveva visto una piccola treccia annodata, fatta molto bene con i peli della coda. I vecchi dicevano che fossero i folletti a compiere questi scherzi. Per anni il pensiero di quella notte gli aveva posto degli interrogativi che adesso, adulto, decideva di risolvere e cercare «chi è che fa le trecce alla coda delle mucche, quali esseri girano di notte e lasciano le persone che li vedono così stupite dal prodigio da non riuscire neanche a parlare». Inizia così l’intrigante e avventurosa ricerca del protagonista del nuovo libro di Mario Ferraguti «Dove il vento si ferma a mangiare le pere. Viaggio sull'Appennino alla ricerca del folletto», edito da Diabasis. Un libro scritto in prima persona sul crinale sottile in cui si incontrano invenzione e esperienza personale poiché l’autore aveva già battuto queste montagne per rintracciare antiche leggende da riportare prima che spariscano insieme a coloro che ne conservano la memoria. Adesso, invece, Ferraguti ha puntato in modo specifico sul folletto - descritto da molti come piccolo, col mantello rosso e il cappuccio triangolare, gli occhi luminosi e la coda - anche se poi il campo si allarga ad altre forme di espressioni magiche, dagli streghi alle guarigioni mediante «cure» in cui si mescolano erbe raccolte in sere particolari, segni rituali e formule propiziatorie laiche e religiose. Ne esce un vivace affresco «impressionistico» in cui ogni pennellata possiede una propria carica vitale con l’incisività della palpitante descrizione e unita alle altre danno vita a un quadro di una sorprendente  tensione emotiva. Già lo scenario della montagna con le sue case di pietra spesso disabitate dà un senso di strana inquietudine: «quando un vecchio muore è come se portasse via con sé un pezzo di paese». E fra quelli che restano pochi ricordano le vecchie storie, quelle che, raccontate per secoli dai nonni e dai nonni dei nonni, hanno finito per diventare delle realtà. «Il ricordo vive nel racconto e tu hai le orecchie per ascoltare» gli dice Argia, l’anziana guaritrice. Per trovare bisogna cercare sotto la  pelle del paese «sapere del Regle, l'uomo selvatico, il folletto, la fata delle tecchie, gli streghi e la Lucabagia»; e per ognuno di questi vi sono stupefacenti racconti. Oggi però in loco molti ne sorridono come frutto di superstizioni. Ma quando il figlio di Guido si fa riconoscere come uno dei loro, allora alcuni riportano antiche storie come Giovanni il cui padre metteva un fiocco rosso davanti alla stalla per tenere lontano i folletti o quella di Stenio che parlava coi morti e lasciava il tavolo sempre apparecchiato per ospitarli. A Riana però il folletto è solo un vento, mentre è Baffardello che fa le trecce alle code e alle criniere delle cavalle. La ricerca sembra perdersi nei «si dice» quando sopra Monchio, a casa della Zeffirina, Piera racconta di averlo visto lei, sotto la scala, ma è scomparso in un attimo. E’ stato quasi sempre buono. Solo la nonna si lamentava che «certe notti... le si sedeva sullo stomaco»: è questo il terzo modo di presentarsi del folletto, togliendo il respiro. A Pracchiola, in Lunigiana, Ilde che guarisce il malocchio - con una penna di gallina che intinge nell’olio e lascia cadere tre gocce dentro un piatto bianco - lo informa che a Sassalba, il paese dei carbonai sotto il Lagastrello, è scolpita la faccia di Baffardello. Lì in un posto fuorimano sul muro si trova «una faccia tonda da uomo con le orecchie da volpe, gli occhi sbarrati e i baffi lunghi che si attorcigliano come in un decoro». Finalmente il figlio di Guido ha ritrovato il folletto. Ma Ivan, che l’ha accompagnato, dice che è lì dal Milleseicento per difendere la casa, spiazzando il ricercatore, che si sente di nuovo scappare il folletto. Al ritorno a Sassalbo dalla Clorice, altra donna dai poteri occulti, incontra Settimio che narra un’antica tenebrosa leggenda, la storia di una ragazza che tornando una notte dal ballo è stata inseguita nel bosco dalle anime bianche e al mattino l’hanno ritrovata morta sulla soglia di casa: una pagina straordinaria  nella sua concitata impressionante tensione drammatica e che fa concludere al protagonista: «Ecco la risposta che cercavo, ecco dove vive il folletto, nel racconto, nelle parole; adesso sì, adesso ci credo, il folletto esiste». 

Dove il vento si ferma a mangiare le  pere 
Diabasis, pag. 266, 16,00

 

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