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«Così vidi morire Picelli»

«Così vidi morire Picelli»
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I n questi giorni cade la ricorrenza delle barricate parmensi dell’agosto 1922, durante le quali la milizia degli arditi del popolo sconfisse le squadre d’azione fasciste in una battaglia difensiva dei quartieri popolari della città. La vita intensa, tumultuosa e avventurosa, del capo degli arditi del popolo, il comunista Guido Picelli, terminò il 5 gennaio 1937, nella guerra civile spagnola, morendo in combattimento mentre guidava gli uomini del battaglione Garibaldi all’assalto della collina di El Matoral, occupata dalle truppe del generale Francisco Franco. 
Nel gennaio 1937, numerosi rapporti della polizia fascista italiana e delle autorità consolari in Spagna affermavano che Picelli era stato ucciso dal nemico, e costituivano la maggior parte delle fonti fasciste. Tuttavia, da Parigi, già nel gennaio 1937 un fiduciario della polizia fascista informava che «si fa correre la voce che Picelli sia stato assassinato dai comunisti» e il responsabile della polizia politica fascista in Parigi, il brigadiere Pietro Francolini, confermava: «Circola insistente la voce tra l’antifascismo che il noto Picelli Guido sia misteriosamente morto». Dunque, a Parigi iniziò la «voce» o credenza che Picelli fosse stato assassinato dai comunisti, fucilato dalle “milizie rosse” o comunque misteriosamente morto. Tale «voce» ebbe pertanto dei seguaci già all’epoca della morte, in particolare nel movimento anarchico e nelle correnti comuniste anti-staliniste. Poi, nel secondo dopoguerra, nel clima della guerra fredda, fu di nuovo rilanciata da alcuni protagonisti della guerra di Spagna, segnatamente da due comunisti antistalinisti, Julien Gorkin e Valentín González (El Campesino); quest’ultimo la espose anche a Parma in un comizio pubblico, durante la campagna elettorale del 1953. In Italia, sostenne la «voce» un ex comunista (poi socialista), Guelfo Zaccaria, e diversa propaganda “anticomunista”. 
Un testimone oculare come Giovanni Bruno Passeri, un soldato del Battaglione Garibaldi, nativo di Casalmaggiore (Cremona), e tutti coloro che, pur non essendo testimoni oculari,  erano a poca distanza dal luogo della morte e registrarono le comunicazioni e le reazioni immediate degli astanti, asseriscono che Picelli cadde in combattimento, ucciso dal nemico: così Giovanni Pesce e Giacomo Calandrone, comunisti, e Randolfo Pacciardi e Giorgio Braccialarghe, repubblicani. Inoltre, si può agevolmente constatare che la stragrande maggioranza delle fonti a stampa - giornali, libri e opuscoli - contemporanee e immediatamente successive (diciamo: nell’anno fra il gennaio 1937 e il gennaio 1938) afferma che così avvenne la morte; anzi, a essere precisi, non ne è stata sinora trovata nessuna che, fra il 1937 e il 1938, affermi il contrario. 
Una variante sofisticata della «voce» consiste nel sostenere che Picelli cadde indubbiamente sul campo di battaglia e non fu ucciso in separata sede, ma la pallottola che lo uccise  non era nemica… A suffragio di tale congettura, prove non ne sono state portate ed è rimasta, a tutt’oggi, un sospetto; pur legittimo, viste le circostanze dell’epoca, ma appunto un sospetto. Naturalmente, per i tempi che allora correvano (in Urss, in Spagna, nel movimento comunista internazionale…), in linea di principio non si può escludere che lo stalinismo possa avere avuto una responsabilità nella morte di Picelli. Tuttavia, nonostante che al riguardo si siano sprecate le illazioni fantasiose e infondate, a tutt’oggi non sono state portate prove fattuali e nemmeno indizi consistenti a sostegno di tale ipotesi, contro la quale militano  le numerose fonti dell’epoca che testimoniano il contrario. L’unico indizio coevo che abbiamo rintracciato sono le fonti fasciste, di natura riservata, qui riportate, che raccoglievano appunto una «voce». La «voce», peraltro, non si espresse nel 1937-1938, a quanto pare, in modo pubblico, sicché sembra essere rimasta allo stadio di «diceria». Il fatto che essa venisse portata all’attenzione del pubblico dieci-quindici anni dopo la morte di Picelli, attesta certamente i meccanismi propagandistici della «guerra fredda»,  ma tuttavia indebolisce fortemente la tesi.
In assenza di prove, si è cercato di attestare la morte di Picelli per mano stalinista con una deduzione logica. Se egli in URSS, paese in cui trovò rifugio fra il 1932 e il 1936 prima di arrivare in Spagna, era stato accusato di antistalinismo (negli ultimi mesi di permanenza in Urss fu quantomeno lambito da un’indagine della NKVD, la polizia politica segreta sovietica: il che non significa che egli fosse realmente un antistalinista, ché anzi vi sono fondati motivi per sostenere il contrario) ed era in qualche modo sfuggito alla corrispondente pena, di conseguenza lo stalinismo gliela fece ugualmente pagare in Spagna.  Se stiamo agli argomenti logici, che indubbiamente non sono di per sé una prova, ma hanno comunque un certo valore, ve ne sono anche a sfavore di tale supposizione. Oltre agli onori che gli rese il movimento comunista italiano e internazionale sulla stampa coeva, Picelli ebbe ben tre funerali pubblici in Spagna, alla presenza di rappresentanze delle massime autorità spagnole, di alcuni fra i maggiori rappresentanti del PCd’I in Spagna e delle autorità consolari sovietiche nel paese iberico, oltre che di numeroso pubblico. Inoltre, la stampa comunista, da «L’Unità» al «Grido del popolo» e «lo Stato Operaio», dedicò ampio spazio alla morte di Picelli, in chiave encomiastica.   Possibile che, dopo averlo ucciso (sia pure in modo segreto), lo stalinismo gli offrisse onoranze così rilevanti? 
Possibile che, di fronte a Guido Picelli da Parma, che fu un quadro intermedio del comunismo italiano, lo stalinismo avesse diabolicamente allestito una messinscena di tale sorta (la pallottola “vagante”, i tre funerali, le varie e rilevanti e prolungate onoranze…)? Sebbene nel modo di agire dello stalinismo non si possa escludere nulla (nemmeno la messinscena diabolica), tutto ciò sembra eccessivo per una personalità minore del comunismo internazionale e italiano. Naturalmente, sulla morte di Picelli è opportuno che la ricerca prosegua, al fine di stabilire la verità storica, se esiste una verità storica diversa da quella che si può sinora costatare. Ma, innanzitutto, bisognerà pur fare i conti con chi sostiene (e sono la gran maggioranza delle fonti) che egli fu ucciso dal nemico: o si accetta ciò che essi affermano o li si dichiara inattendibili, spiegandone le ragioni, ma indubbiamente non si può fare finta che non esistano...
Nel primo annuale della morte, nel gennaio 1938, «Il Volontario della Libertà», organo della XII Brigata Internazionale, dedicò a Picelli diversi articoli di commemorazione: il raro numero del periodico non è rintracciabile in Italia, ma ad Amsterdam, nella biblioteca dell’Internationaal Instituut vorr Sociale Geschiedenis. In esso, si può trovare un'altra e importante testimonianza oculare (la seconda conosciuta) sulla morte di Picelli, che smentisce ulteriormente coloro i quali, improvvisati narratori della vita di Picelli, fra l’altro sostengono l’argomento di una morte avvenuta in assenza di testimoni.  Essa fu stesa da un comunista piemontese, Anacleto Boccalatte, già «delegato politico» della 1ª compagnia del battaglione Garibaldi, la compagnia comandata da Picelli, che scriveva: 
«Il 4 gennaio [1937] riprendemmo l’avanzata. Assieme al Battaglione polacco, marciammo alla conquista del Monte di San Cristobal. Su una piccola altura [El Matoral] – dopo qualche chilometro di marcia – sorprendemmo una compagnia di fascisti che si rifugiò nelle trincee costruite sulla cresta. Pacciardi ordinò al grosso delle truppe di fermarsi mentre la nostra prima sezione si trovava in un posto avanzato. Brevi secondi di riflessione: dovevamo proseguire o ritirarci? Noi ci trovavamo in basso; se il nemico fosse arrivato prima di noi sulle alture della colline, ci avrebbe falciati tutti con il fuoco delle sue mitragliatrici. Decidemmo di proseguire, costasse quello che costasse.  A marcia forzata, ci slanciammo all’attacco, ed inviammo un agente di collegamento a Pacciardi per dirgli che facesse proseguire il grosso della truppa. Così fu fatto. Picelli, coraggioso e gagliardo come sempre, alla testa dei militi della nostra compagnia, ci guidava all’attacco… Fu lui che ci fece rimarcare che su una cresta che dominava una parte delle alture dove ci trovavamo, vi era un nido di mitragliatrici. Dette subito l’ordine di piazzare una mitragliatrice pesante per non essere preso ai fianchi. Io e Picelli con tre o quattro volontari andammo a piazzare la mitragliatrice. Ma prima che ci raggiungesse il grosso della compagnia fummo scoperti e fatti segno a scariche nemiche. Picelli cadde colpito a morte. Accorsero i porta-feriti, ma le scariche di mitragliatrice impedirono il trasporto del nostro capitano. Fummo costretti a metterlo nella barella ed attendere la notte per trasportare la sua salma. Così cadde Guido Picelli, eroe purissimo».

 

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