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Casi clinici? No, persone

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Ogni individuo ha diritto alla cura migliore.  Ma qual  è la cura migliore?». E’ il quesito con cui si apre e a cui cerca di dare una risposta il volume di Marco Bobbio dal titolo «Il malato immaginato» (Einaudi, pag. 217, euro 18) L’autore è primario di cardiologia all’ospedale di Cuneo ed è discendente di una famiglia che ha dato illustri cattedratici anche alla Facoltà Medica della nostra Università. «Dottore, mi garantisce che il trattamento non ha rischi? Che mi sveglierò dall’intervento chirurgico?». 
Sono domande comuni da parte del paziente, a cui è facile rispondere minimizzando o al contrario  drammatizzando  l’eventualità di eventi avversi. Negli ultimi decenni sono stati ottenuti in campo medico risultati straordinari e un numero sempre crescente di individui ora  può guarire da malattie considerate fino a qualche anno fa incurabili. «Ogni medico - scrive Bobbio - è stato testimone del cambiamento della storia naturale di qualche malattia.  Si muore meno per l’infarto cardiaco, è quasi scomparso il cancro dello stomaco, alcuni linfomi guariscono completamente, la frattura del collo del femore non è più l’incidente che fa scivolare l’anziano verso la morte».  Da vari anni le società scientifiche hanno elaborato documenti (linee guida) per fornire ai medici di tutto il mondo indicazioni precise su quale sia il migliore trattamento di numerose condizioni patologiche. Si è passati dall’era delle opinioni, dell’intuito clinico, all’era della scienza, della medicina scientifica dove gli strumenti diagnostici, i dati di laboratorio e poi le linee guida danno delle certezze  (o quasi certezze) sia di diagnosi che di terapia.  La medicina scientifica permette di salvare vite umane in condizioni critiche, di impiantare dispositivi efficaci, di prolungare la vita a pazienti ai quali viene trapiantato un organo che non funziona più.  Ed è cresciuta nel tempo l’aspettativa di una «medicina  quasi onnipotente». E tuttavia proprio in questi  tempi dei maggiori successi della moderna medicina assistiamo al paradosso per cui «man mano che migliorano l’assistenza medica e lo stato di salute della popolazione tanto più i pazienti si dichiarano insoddisfatti delle cure che ricevono». Secondo alcuni, riferisce l’autore, esistono addirittura quattro paradossi: medici sempre più insoddisfatti, pazienti sempre più preoccupati, medicina alternativa in auge, spese sanitarie in crescita esponenziale. «Come mai la scienza medica oggi con tutte le risorse di cui dispone e i  successi che consegue  è al minimo storico di credibilità?». La tesi centrale che Marco Bobbio sviluppa nel suo volume è che «per la medicina è venuto il momento di individuare, riconoscere e applicare dei limiti al proprio operare, e di presentarli ai pazienti». Marco Bobbio, cardiologo, si sofferma in  particolare sui dati scientifici delle patologie cardiovascolari: «Il concetto di rischio ha rappresentato una grossa conquista della scienza medica permettendo di individuare i fattori che possono facilitare l’insorgenza delle malattie e identificare i trattamenti che possono ridurre la probabilità che un individuo si ammali.  Il rischio è però un dato puramente statistico che non ha alcuna capacità predittiva sul singolo individuo». La tendenza attuale è di trattare tutti i pazienti con  uno stesso schema come se ciò che funziona per la maggioranza dei soggetti debba essere utile anche per il singolo individuo: «Va dato spazio alla singolarità del paziente, determinata dall’età, dalle condizioni economico-culturali, dalla situazione personale e psicologica, del suo maggiore o minore desiderio di collaborare e di essere parte attiva nel processo decisionale.  Le terapie dovrebbero essere individualizzate, bilanciate e adattate alle reazioni del soggetto».  Esiste una grande differenza tra una medicina centrata sulla persona e una centrata sulla malattia. Con la tendenza ad una medicina difensiva che i medici hanno sviluppato nei tempi recenti, specie in certe specialità allo scopo di prevenire rischi di azioni legali, i pazienti spesso si lamentano che i medici abbandonato il paradigma autoritario tendono a ribaltare ogni decisione sul paziente stesso: «Questi sono i dati di sopravvivenza, questi i pro e questi i contro.  Decida lei se preferisce la chemio o l’intervento chirurgico!».  Il rapporto tra medico e paziente è naturalmente asimmetrico: il sapere scientifico del medico  si deve confrontare con l’esperienza soggettiva e il vissuto singolare e unico del paziente.  Perché ci sia un incontro utile e fecondo è necessario che il curante offra le informazioni  che possiede (con verità, semplicità e chiarezza), ma che sia anche disponibile a lasciare spazio e ad accogliere le emozioni che il paziente  condivide. L’importanza dell’ascolto è testimoniata da tanti medici che si sono ritrovati pazienti, «dall’altra parte dello stetoscopio».  L’oncologo Bonadonna ha annotato: «È diventato quasi irreale immaginare un buon medico che impegni il suo tempo senza fremere per la fretta, che non guardi l’orologio, che visiti con calma l’ammalato prima degli esami.  Nelle Facoltà di Medicina serve un nuovo esame per chi deve curare le persone: serve un esame di umanità». Da oltre un secolo si ripropone il dibattito se la medicina sia un’arte o una scienza.  Marco Bobbio conclude osservando che «la medicina non è una scienza esatta.  Continua ad essere un’ arte basata sui progressi della scienza, con aspetti che trascendono le conoscenze scientifiche». «Il malato immaginato» è una lettura che può essere utile a molti.  In primis a medici e studenti di medicina.
Il malato immaginato - Einaudi, pag. 217, 18,00

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