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Angelo di pace nella Grande guerra

Zita di Borbone Parma fu decorata dalla Croce rossa per la sua attività a favore dei militi feriti e dei civili indigenti

Angelo di pace nella Grande guerra
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Tardo autunno del 1916. Cent’anni fa. Il 20 novembre 1916 il vecchio imperatore Francesco Giuseppe riceve per l’ultima volta l’erede al trono, il nipote Carlo d’Asburgo e la moglie, Zita di Borbone Parma, e l’ultima buona notizia che riesce ad ascoltare è che gli austriaci hanno sconfitto i rumeni e difeso validamente Bucarest. Muore quando sono passate da poco le nove di sera del 21 novembre 1916. Era stato un uomo che nella sua giovinezza aveva visto il primo motore a vapore e nella vecchiaia i primi aeroplani, passando, nel frattempo, dall’epoca di Beethoven a quella di Bartók. Il nuovo imperatore, invece, ha ventinove anni, la nuova imperatrice ventiquattro e potranno regnare soltanto un paio di anni, quelli più difficili della guerra e della rovinosa sconfitta. Carlo d’Asburgo Lorena Este è nato in un castello sul Danubio, Persenbeug, dove cinquant’anni prima era transitata anche Maria Luigia che vi aveva dipinto un bell’acquerello ora al Museo Lombardi. Zita è figlia di Roberto di Borbone, l’ultimo duca di Parma. Poiché però è ancora minorenne, per lui regge il governo Luisa Maria de Berry fino all’Unità d’Italia. Roberto ha avuto due mogli, che gli hanno dato dodici figli ciascuna. Zita è la quinta del secondo matrimonio con Maria Antonia di Braganza ed è nata nella bella villa di Piànore, nella Lucchesia. Ma i Borbone possiedono, come gli Asburgo, castelli anche in Austria, oltre che in Svizzera, così Carlo e Zita si conoscono fin da bambini, poi l’uno segue la carriera militare, mentre l’altra passa da un convento all’altro in Baviera e persino nell’isola britannica di Whigt per completare la propria educazione impregnata di buona cultura generale e di padronanza di varie lingue, ma anche di solida fede cattolica.

Poi i due giovani si incontrano di nuovo ad una festa in uno dei castelli incantati sul Danubio, Schwarzau am Steinfeld. Come nelle favole, si amano a prima vista e si sposano nel 1911 con la benedizione di papa Pio X che, come anche il suo successore Benedetto XV, aveva una particolare predilezione per la cattolicissima Austria. Nessuno dei due allora pensa di salire mai al trono, ma una serie di circostanze, tra le quali l’assassinio di Ferdinando a Sarajevo, spianano loro la strada per la corona di Vienna e per quella forse ancor più ambita e fascinosa, perché molto amata dal popolo ungherese, di Santo Stefano. La Gazzetta di Parma dà la notizia della morte dell’imperatore il 24 novembre riportando brani tratti da altri quotidiani come il Wiener Zeitung (che arrivava tramite la Svizzera) e il Giornale d’Italia. Alcuni commenti nei giorni successivi portano la firma di Cimone, pseudonimo del liberale e neutralista parmigiano Emilio Faelli. Poiché Carlo ha emanato fin da subito un proclama d’intenti favorevole alla pace, anche in Italia si spera in una fine prossima del conflitto. I soldati al fronte, invece, devono prepararsi a passare nelle trincee il secondo (per l’Italia) o il terzo (per gli altri belligeranti) Natale di guerra. E ne dovrà passare un altro e parecchi mesi ancora prima dell’armistizio. Carlo e Zita fanno ciò che è in loro potere per giungere a uno scambio di concessioni che propiziasse la pace, ma senza risultati. Anche un velleitario tentativo di mediazione dei fratelli di Zita, Sisto e Saverio, che pur militando nell’esercito belga, riescono a introdursi fino a Vienna e a portare a Parigi una lettera di Carlo, non trova interlocutori disposti ad ascoltarli. L’“affaire Sisto” verrà poi risaputo e contribuirà a gettare un’ombra negativa sulla coppia imperiale presso l’opinione pubblica. In Austria si dice che i due, visitando gli ospedali, come è dovere e consuetudine per i regnanti sugli opposti fronti, sono più solleciti con i feriti italiani che con quelli austro-ungarici, e viceversa si dice in Italia, dove la propaganda di guerra non è per nulla tenera con loro. Numerose sono le vignette satiriche pubblicate sui giornali italiani, in particolare su La Tradotta, dove il disegnatore Enrico Sacchetti si sbizzarrisce nel canzonare Carlo, senza, per la verità, fare altrettanto con Zita, la quale invece si meriterà una decorazione dalla Croce Rossa austriaca per la sua attività in favore non soltanto dei malati e dei feriti, ma di tutto il popolo che patisce il freddo e la fame. Carlo, dal canto suo, sostiene aspre discussioni con l’ingombrante alleato teutonico sia per scongiurare un’unione tra le due nazioni di lingua tedesca (il famoso Anschluss che attuerà poi Hitler) ma soprattutto, per quanto riguarda l’Italia, per impedire che vengano bombardate le città adriatiche. Un merito davvero non da poco. Non è nemmeno il caso di pensare a cosa sarebbe accaduto se i generali fossero stati lasciati liberi di attuare ciò che era già nei loro piani, cioè di bombardare dal mare, oltre che dall’aria, la città di Venezia. Carlo, inoltre, esprime invano parere contrario all’uso dei micidiali gas sul fronte italiano, alla guerra sottomarina e all’invio in treno in Russia di Lenin, irritando ancor più i tedeschi. Alla fine del conflitto, nel novembre 1918, Carlo e Zita, con i loro quattro figli ancora bambini, vengono messi in disparte a causa della disgregazione dell’Impero in conseguenza della sconfitta. Anzi, vi sono gruppi politici a Vienna che vorrebbero trattarli come i rivoluzionari russi avevano fatto pochi mesi prima con la famiglia Romanov. Nessun governo, sulle prime, si muove per salvarli. Con pochi fedeli servitori si rifugiano in uno sperduto villaggio verso la frontiera ungherese, dove va a ricuperarli, inviato finalmente dal re Giorgio V, un manipolo di audaci poliziotti militari inglesi comandato da un ufficiale dei Royal Scots che si era distinto nella guerra in Africa e in Medio Oriente. Il primo loro rifugio all’estero sarà il castello di Wartegg, nel Cantone svizzero di San Gallo, sul lago di Costanza, dove già si era rifugiata Luisa Maria de Berry sessant’anni prima quando dovette fuggire da Parma. Seguono poi numerosi altri spostamenti ed un ingenuo quanto pericoloso tentativo di riprendersi la corona ungherese con un’azione da commando con pochi seguaci su un aereo privato. A questo punto non possono più restare nemmeno in Svizzera. Così ancora gli inglesi li conducono a Madera, sull’Atlantico, dove Carlo morirà nel 1922. Zita e i suoi figli, diventati otto nel frattempo, trovano poi accoglienza in Spagna, quindi in Belgio, dove li sorprende lo scoppio della seconda guerra mondiale. Corrono così il rischio di venire arrestati dai nazisti e devono fuggire ancora, negli Stati Uniti e in Canada, per ritornare in Europa nei primi anni Cinquanta. Zita rivedrà l’Austria soltanto allora. Benché portasse con orgoglio il nome di Borbone Parma, di lei nella nostra città si sa poco. Ebbe comunque qualche contatto con l’architetto Marco Pellegri, quando era presidente dell’Accademia di Belle Arti, e da alcune lettere si può ritenere che sia stata di passaggio a Parma e a Colorno in gioventù. Morirà a Zizers, nei Grigioni, nel 1989. Al suo funerale a Vienna parteciperà una commossa folla di comuni cittadini, oltre che tutto il Gotha della nobiltà europea. L’“ultima imperatrice” verrà inumata nella cripta dei Cappuccini dove da un secolo e mezzo giaceva Maria Luigia, che non era una sua antenata, ma era dello stesso casato del marito Carlo. Così si intrecciano e si sciolgono i nodi della storia. Per il suo intento pacificatore, Carlo d’Asburgo è stato beatificato da papa Giovanni Paolo II nel 2004 e della Serva di Dio Zita di Borbone Parma è ora in corso la causa di beatificazione.

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